Aprire gli occhi.
Solo questo. Aprire gli occhi e il gioco è fatto.
Quante volte le era già capitato senza neanche farci caso. Tutte le mattine della sua vita, almeno.
Ma questa volta è diverso. Ne ha paura. Solo al pensarci, sente salire su per la gola, fino alle viscere della sua bocca il sapore amaro e acre del dolore. Proprio non ci riesce, questa mattina proprio non vuole.
Quella volta certo, fu tutta un’altra cosa.
La storia raccontata ai suoi era andata liscia, come tutte le altre volte che seguirono del resto. Sarebbe andata a cena con Linda in un localino appena fuori città per festeggiare qualcosa, qualunque cosa, non ricorda neanche più.
Linda, da parte sua, faceva lo stesso con sua madre in caso di controlli incrociati o semplici incontri casuali, ma fatali, delle mamme, alle quali sappiamo bene quanto piace chiacchierare, e più che mai delle proprie figlie.
Per dopo poi serviva una bella svolta alla storia. Ci avevano pensato e ripensato nel pomeriggio e alla fine erano riuscite ad escogitare un mitico pigiama party, rigorosamente tutte bimbe.
La spettacolare trovata di Linda, che rendeva la tanto irreale quanto assolutamente passibile di controllo o svelamento, consisteva nel luogo. Sarebbero infatti andate nella vecchia casa di un’amica che aveva appena traslocato con i genitori, ma ancora aveva le chiavi dell’appartamento dimesso.
Arrivò a casa di Andrea alle otto in punto.
Non stava nella pelle e, durante il viaggio in motorino, si sentiva fantasticamente felice.
Salì le scale ripensando a Linda, all’abbraccio che le aveva appiccicato addosso prima di lasciarla quel pomeriggio. Se la sentiva dentro, nel cuore e aveva stampato nella memoria il suo sorriso, dolce e complice.
Andrea la rapì da ogni pensiero e le rubò ogni anelito sorto a pronunciare un saluto. La baciò in modo dolcissimo, tirandola a sé e intanto chiudeva la porta dietro di lei.
“Finalmente sei arrivata. Cominciavo a preoccuparmi.” Le disse.
“Guarda che sono le otto adesso! Non sono in ritardo. Proprio non puoi stare senza di me, vero?”
Lui schernì allora il suo imbarazzo da batticuore maschile voltandosi e avvicinandosi alla cucina. La sua preoccupazione aveva fatto breccia nel cuore di lei.
“Lascia pure le tue cose in camera e vieni qui ad aiutarmi.”
Da allora non si sarebbero più staccati un attimo per tutta la sera. La magia ebbe inizio.
I loro sguardi si legavano indissolubilmente l’uno nell’altro mentre si davano da fare in cucina.
Le luci in casa erano tutte accese e il gatto poltriva in salotto ma appena iniziarono a mangiare, li raggiunse.
Si divisero un intero barattolino di gelato assaporando il fresco sapore di sorrisi mascherati di pudore ma carichi di desiderio. Delizioso refrigerio; unico contatto fisico rimasto con l’ambiente, saturo ormai di passione.
Sentiva il corpo di Andrea appiccicato al suo, centimetro per centimetro, sfiorare la sua pelle e avvolgerla. Il cuore le si riempiva di pace e la mente di entusiasmo e gratitudine.
Infinita dolcezza guidava ogni movimento delle quattro mani vergini e innumerevoli baci e aneliti riempivano la penombra.
Rimasero soli. Il gatto sgattaiolò fuori.
Nel letto, stretti l’uno dentro l’altro esplorarono la gioia di amarsi.
Lei lo guardava. Cercava i suoi occhi per rispecchiarsi nella felicità.
Godevano di ogni bacio, di ogni carezza, dello scontro dei loro corpi.
Le loro membra si erano unite a formare un’unica anima che si muoveva di istinti propri.
Puro impulso, desiderio, eccitazione e amore.
Respiravano l’uno dell’orgasmo dell’altra, lasciandosi penetrare dall’anelito liberatorio e vittorioso esalato dall’altro.
Assoluta sensazione di potere e appartenenza allo stesso tempo.
Quello che seguì poi, fu il sonno più profondo e sereno di tutta la sua vita. Rifugio miracoloso del suo corpo e della sua anima, esausti ma assolutamente vivi.
Poco a poco scivolò nel sonno più leggero e riprese contatto con il giorno che intanto si era svegliato.Allora non desiderava altro che aprire gli occhi e tornare a vivere del sorriso di Andrea, del suo bellissimo viso, delle sue mani e del suo corpo.
Si voltò sul fianco destro e lentamente liberò il suo sguardo. Lui era lì. Le sorrideva, ammirandola.
Era vestito, sdraiato vicino a lei, dall’altra parte del lenzuolo.
Tra loro, una rosa rossa carminio a gambo lungo senza spine ed un sacchetto di carta bianca latte che emanava delicatamente un gustoso tepore.
Quella rosa rimase tatuata nella sua mente. E tutti i sorrisi e le promesse di quella notte riposano in lei custoditi come la vita di un tempo che fu, all’interno di una conchiglia.
Solo non le basta più vivere di ricordi. Adesso vuole la sua presenza. Ancora e di nuovo.
Aprire gli occhi almeno per una volta, con spensieratezza e forse anche ingenuità ma, soprattutto, con speranza e pace.
Aprire gli occhi e basta. Senza guardare, scoprire e non trovare.
Giacometta Battisti
Input: Conchiglia fossile
(Personaggio dall’osservazione di un soggetto estraneo ma di incontri frequenti.--> manca)
Frase di una canzone sentita all’autoradio: “non basta più il ricordo, ora voglio il tuo ritorno.” di Tiziano Ferro
mercoledì 28 marzo 2007
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