mercoledì 14 marzo 2007

Il sorriso di Ada

Le 7.50, eccola lì! Ada, la dolce e buffa Ada. E’ sempre puntuale, tutte le mattine arriva con la sua Seicento, parcheggia, apre uno spiraglio del finestrino, saluta Chica, prende il suo borsone e aspetta paziente che il bagnino venga ad aprire il cancello. Piano piano, alla spicciolata arrivano anche tutti gli altri: la signora Lina, Maria, la Franca, Antonio il Bruschi e così via. Ma la prima è sempre lei. Due discorsi sul tempo, “ma perché oggi non aprono? Sono già le otto!”. “Eh, si vede che non c’è Paolo, lui è sempre puntuale”. “Davvero, lo conosco da quando era piccolo Paolo, è proprio un bravo ragazzo!”.
E quando finalmente qualcuno, con la faccia insonnolita e imbronciata, si decide a venire ad aprire il cancello, Ada raccoglie il suo borsone da terra e si avvia verso gli spogliatoi. E così inizia il rituale: l’armadietto è sempre il solito, il 16. Il costume se lo è già infilato a casa, si tratta solo di spogliarsi, armarsi di occhialini, cuffia e abbonamento e via verso la vasca. Tutte le mattine, a meno che non si senta male, Ada nuota nella vasca da 50 metri per un’ora buona. Qualche volta due o tre vasche in più, qualche volta in meno, l’importante è non mancare all’appuntamento. Anche il medico si è raccomandato “Signora Ada, lei ha una salute di ferro per i suoi 73 anni. Se la mantenga facendo tanto moto, non si fermi, mi raccomando! E tenga in allenamento anche il cervello che è la cosa più importante!”.
Ada è simpatica, saluta tutti, sorride sempre, è quello che si definisce “un cuor contento”. Se ti metti a parlare con lei ti sembra tutto facile, ti sembra che non esistano problemi e ti ritrovi ad invidiarla per il suo buon carattere e per la sua vita apparentemente tranquilla e beata. Ma quello che non tutti sanno è che Ada non è sempre stata così, sono le circostanze della vita che l’hanno cambiata, e chissà se è stato un bene o un male.

Tutto era cominciato un mercoledì di fine estate, tanti, tanti anni fa. Ada e Federico stavano passeggiando sulla battigia, quando il bambino fu attratto da qualcosa e corse verso il muro di cinta di una villa che si affacciava sul mare. Raccolse quello che da lontano ad Ada sembrò un sasso e ritornò verso la madre. I riccioli castani ancora umidi gli ricadevano ribelli sulla fronte, ma non nascondevano quella luce negli occhi che Ada continua a vedere ancora adesso.
“Mamma, che cos’è? Sembra una conchiglia ma ha una forma strana…”, disse perplesso il bambino.
“E’ una conchiglia fossile, amore” disse Ada sorridendo.
“E cosa vuol dire?” rispose di rimando Federico sgranando gli occhi incuriosito.
“E’ una conchiglia molto vecchia, avrà qualche milione di anni. Qui prima c’era il mare e in mare c’erano le conchiglie, quando il mare piano piano si è ritirato, le conchiglie sono rimaste in terra, e con il passare del tempo si sono trasformate in sassi. Vedi, questo è un pezzetto di roccia con incastonata la conchiglia. Probabilmente, se lo osservi bene, quel muro là è pieno di queste conchiglie.
Federico si girò per guardare il muro e con passo deciso ritornò nel punto in cui aveva raccolto la conchiglia.
“E’ vero mamma, ce ne sono tantissime!”.
Avevano trascorso proprio una bella giornata quel mercoledì lei e Federico. Si erano divertiti, avevano fatto il bagno, avevano costruito un castello di sabbia, avevano passeggiato a lungo insieme. Fra poco sarebbe ricominciata la scuola e Ada avrebbe ripreso a lavorare per cui non ci sarebbe più stata occasione per stare insieme un’intera giornata, e per di più Federico stava crescendo e presto avrebbe preferito la compagnia degli amichetti a quella della madre.
Quella sera, quando Sergio rientrò dal lavoro, Federico gli mostrò entusiasta la conchiglia fossile come fosse un prezioso trofeo conquistato dopo una dura e faticosa prova. Chissà perché ne era rimasto tanto impressionato. Giunto il momento di andare a dormire, Federico mise la conchiglia sulla mensola della libreria davanti al letto in modo da poterla guardare prima di addormentarsi.
La mattina Ada lo lasciò dormire un po’ più del solito e ne approfittò per fare delle faccende in casa. Alle nove e mezza andò nella camerina per vedere se Federico si era svegliato, in genere alle otto girava per la casa saltellando come un grillo e impaziente di uscire. Nell’aprire la porta Ada sorrise vedendo che la conchiglia dalla mensola era stata misteriosamente spostata sul comodino. Federico dormiva con uno sguardo beato e il sorriso sulle labbra.
“Svegliati dormiglione, è ora di andare al mare!”, Ada spalancò le persiane lasciando entrare il sole del mattino, si voltò e notò che l’espressione sul volto del figlio non era cambiata.
“Che c’è? Mi stai facendo uno scherzo? C’è una tazza di latte fumante di là che ti aspetta!”
Di solito a questa notizia Federico saltava letteralmente giù dal letto e correva in cucina, questa volta però non si mosse. Ada si avvicinò al figlio, lo chiamò, lo scosse, ma non ci fu nessuna reazione.

Lo studio del primario del reparto di Rianimazione dell’ospedale era freddo come solo le stanze degli ospedali sanno essere. Il dottore li fece accomodare su due sedie anonime davanti alla sua scrivania, poi si sedette a sua volta. Guardandoli con un’espressione di commiserazione e congiungendo le mani davanti a sé pronunciò queste parole:
“Signori Andolfi, la situazione è molto critica. Vostro figlio è entrato in uno stato di coma vegetativo irreversibile. Dalle lastre è emersa la presenza di una massa a livello cerebrale di natura congenita che è cresciuta con gli anni e che ha causato l’interruzione dell’afflusso di sangue al cervello. Questa interruzione è stata troppo prolungata perché ci sia la speranza di riportarlo a condizioni normali anche togliendola. Mi dispiace”.
Ada fissava il dottore, lo sentiva, vedeva che muoveva la bocca e che parlava, ogni tanto coglieva qualche parola: “massa”, “congenita”, “cervello”. Era rimasta impietrita, non riusciva neanche a parlare, avrebbe solo voluto morire.
Sergio dal canto suo aveva cominciato a piangere, le lacrime gli scendevano sulle guance senza che lui le potesse fermare, era un pianto dignitoso, era il pianto di una persona a cui in un attimo viene tolta ogni speranza.
Si guardarono, incapaci di dirsi una parola, Sergio le prese una mano e la tenne per tutto il tempo in cui il dottore spiegò loro cosa li avrebbe aspettati. Federico poteva “vivere” nello stato in cui era, per cinque, dieci, quindici anni, questo non si poteva prevedere, quello che era certo è che, una volta tornato a casa, avrebbe avuto bisogno di un’assistenza continua, 24 ore su 24.
Sergio e Ada non ebbero dubbi su cosa fare, avevano aspettato per anni l’arrivo di Federico e lui, come un dono dal cielo, era arrivato quando ormai avevano perso le speranze. Un giorno come tanti, dopo quindici anni di matrimonio, Ada aveva scoperto di essere rimasta incinta. E non avrebbero potuto desiderare un figlio migliore di Federico. Un bambino modello, bravo, intelligente, educato e vivace come tutti i bambini della sua età. Per otto anni Federico aveva regalato loro la felicità e loro si sarebbero dedicati a lui anima e corpo per tutto il tempo che gli restava da vivere.
Attrezzarono la sua camera secondo le istruzioni dei medici, Ada smise di lavorare e quando dopo tre mesi di ospedale le restituirono il figlio, si dedicò a lui completamente. Cominciò a studiare, a documentarsi, voleva che al figlio non mancasse nulla. E gli parlava, gli parlava per ore, gli raccontava storie fantastiche di bambini malati che con la forza dell’amore delle persone più care erano riusciti a guarire. Di tanto in tanto Federico veniva ricoverato per controlli periodici e Ada imparò a conoscere tutte le infermiere di Pediatria che piano piano trasformarono la compassione per lei in un grande senso di rispetto.
Lo stato di Federico si protrasse per altri tredici anni da quel fatidico mercoledì. Una mattina Ada entrò nella sua camera e lo trovò con un’espressione diversa nel volto: gli occhi aperti e lo sguardo rivolto verso la mensola della libreria sulla quale era stata riposta con cura la conchiglia fossile in modo che la potesse vedere agevolmente dal letto. Questa volta Federico si era addormentato per sempre.
La camera fu smantellata, Ada non voleva che le ricordasse il Federico malato, lo voleva ricordare vivo e sano, per cui la adibì a studio, la riempì di libri e vi allestì una collezione di conchiglie fossili che aveva cominciato a raccogliere dalla morte del figlio.
Qualche anno più tardi morì anche Sergio che non aveva mai saputo riprendersi completamente da quella tragedia.

“E’ fredda oggi l’acqua?”.
Scostandosi il cappuccio dell’accappatoio Ada si volta e scorge Stefania, “Oh bella, non t’avevo mica visto! Vai tranquilla, è solo un’impressione, appena ti tuffi e cominci a nuotare passa tutto.”
“Beata te, Ada mia, che non ti lamenti mai di nulla”.
“Perché? A cosa serve? Quando ti sei lamentata ti cambia qualcosa? Fammi vestire vai, che devo andare a far fare una giratina alla Chica prima di andare dai miei bimbi”.
Con gesti lenti e abituali, Ada si asciuga, si increma perché il cloro, si sa, secca la pelle, un’asciugata veloce ai capelli corti e sbarazzini e dopo avere salutato tutti esce. La Chica, che è stata tutto il tempo in piedi a guardare l’ingresso della piscina in attesa di vederla uscire, la saluta abbaiando dalla macchina. Ada rientra in macchina, parla un po’ con lei e si dirige verso l’ospedale, come tutti i giorni da non sa più nemmeno lei quanti anni. I suoi bimbi l’aspettano, lei gli racconta delle storie, se le inventa ogni giorno, cerca di parlar loro di mondi fantastici in cui tutti sono felici e lo fa sempre col sorriso sulle labbra trasmettendo loro un grande senso di pace.
Ma alla fine le chiedono sempre di quella favola in cui c’era un bambino che un giorno sul mare trovò una conchiglia strana, corse dalla sua mamma e le chiese:
“Mamma, che cos’è? Sembra una conchiglia ma ha una forma strana…”.

Cristiana Belcari
Input: Personaggio e conchiglia fossile

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