mercoledì 14 marzo 2007

L’ortaggio verde

Avevo capito da tempo che quel mondo e quella vita non facevano per me.
La quotidianità e la routine erano gli aspetti che meno tolleravo.
Alzarsi alle sette, fare colazione, lavarsi, prendere la macchina, andare al lavoro, timbrare il cartellino, scambiare due chiacchiere sul tempo o sul film dato in TV la sera prima col primo collega che incrociavi nel corridoio, chiudersi in ufficio, all’una andare a mensa, il caffè di rito e poi di nuovo a lavorare fino alle cinque.
Riprendere l’auto, una puntatina al supermercato, un’ora di palestra con la musica a palla che ti sfascia i timpani, il rientro a casa, la cena e lo stravaccamento sul divano davanti a un film di cui non arrivi mai a vedere la fine.
Un cetriolo mi ha fatto cambiare tutto.
A volte la vita è veramente strana, devo tutto a un cucumis sativus, della classe delle Cucurbitaceae. Insomma un comune, banale, anonimo cetriolo.
Mi ha sempre affascinato questo piccolo ortaggio. La buccia verde scuro e la polpa verde acqua, ma soprattutto il suo profumo.
Era estate, era sera, ero appena rientrato dal lavoro. Dalle finestre aperte entrava un’afa gentile, discreta, impalpabile. Il sole stava tramontando sul mare, lo vedevo bene dalla vetrata di cucina mentre mi accingevo a prepararmi un’insalata rinfrescante. Cesaria Evora diffondeva le sue note malinconiche e vitali nell’aria.
Forse avevo inconsapevolmente creato un contesto favorevole e propiziatorio per quello che sarebbe successo di lì a breve.
I pomodori e i peperoni verdi erano già lavati e tagliati, la feta aspettava, ancora avvolta nel foglio oleato in cui l’aveva deposta con cura maniacale la signora Ada, di essere trasformata in piccoli cubetti. Avevo ancora gli occhi umidi per aver affettato finemente la cipolla, quando presi il cetriolo e cominciai a sbucciarlo. Avevo sentito tante volte il suo profumo e conoscevo a memoria il suo sapore. Ogni volta le stesse sensazioni: estate, mare calmo e brillante, profumo di erba tagliata, campi assolati e bruciati dalla canicola, orgogliosi girasoli fieramente eretti… Estate.
Quella volta però fu diverso. Scattò qualcosa dentro di me, un irrefrenabile impulso alla fuga. Sì, era puro e semplice desiderio di fuga e non me ne vergognavo, volevo fuggire da quella casa che amavo più di ogni altra cosa, volevo fuggire da quel lavoro che ormai non aveva più niente da offrirmi di quanto non mi fossi già preso, volevo fuggire da quella vita.
Ricordo nitidamente quell’insalata, la più appagante insalata greca che abbia più mangiato. Ne ho assaporato ogni particolare, ogni sfumatura, ogni colore, ogni profumo. L’aspro della cipolla, l’acuto della feta, la ricchezza del pomodoro, la croccantezza del peperone, la libidine delle olive, la freschezza del cetriolo. E poi l’origano, l’olio, il sale… il Mediterraneo.
Tutto mi sembrava diverso. Ero consapevole di cosa stavo mangiando, riuscivo a distinguere ogni sapore in modo nitido e preciso, ma allo stesso tempo gioivo del risultato finale che tutti quei sapori contribuivano a creare.
Divorai tutto avidamente, fino all’ultima goccia d’olio aiutandomi col pane croccante e insieme morbido. Il leggero vino bianco, fresco e fermo, completò l’idillio.
Quando ebbi finito gettai uno sguardo all’ultimo arco di sole che stava scomparendo nel mare in un tripudio di rossi, arancioni e gialli. Mi sentii come la protagonista del film “Il raggio verde” quando, nell’ultima scena, dopo aver perso le speranze, riesce finalmente a vederlo. Si dice che quando una persona vede il raggio verde, sia poi capace di leggere nei propri sentimenti e in quelli altrui. Io non avevo avuto la fortuna di vedere il raggio verde, ma era pur sempre qualcosa di verde che mi aveva portato a leggere dentro di me.

Ho venduto la casa, ho venduto la macchina, ho aspettato il tempo necessario per sbrigare tutte le pratiche burocratiche, ho riempito il mio trolley verde e sono partito.
Ormai sono quattro anni che abito in questa piccola isoletta greca del Dodecanneso. Vivo di pittura, con la mia tavolozza e i miei colori mi avventuro per impervi sentieri, talvolta a piedi, talvolta in corriera. Conosco tutti e tutti mi conoscono. Ho finalmente trovato la mia vera dimensione, il mio vero io.
Adoro l’autunno per la brillantezza dei suoi colori; adoro l’inverno, sempre mite e tranquillo; adoro la primavera nelle giornate di fine maggio, quando me ne sto a godermi i tramonti in compagnia di un fresco meltemi che mi sferza il viso. Mi siedo su uno scoglio e aspetto. Pregusto la gioia di poter di nuovo percepire l’arrivo dell’estate, quando potrò ancora saziarmi con quel buffo ortaggio verde.

Cristiana Belcari
Input: Concorso sul cibo

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