mercoledì 7 marzo 2007

Il fiume

Caddi dal cielo in un giorno d’Autunno e mi ritrovai in una jungla di fili d’erba e steli. Mi rifugiai in una crepa della terra, per sfuggire alla sete di un passero dal becco minaccioso e fui avvolta dal buio che inesorabilmente si faceva sempre più nero, e ancora, ancora più nero. Non so quanto tempo rimasi lì, ma mi rendevo conto che stavo scivolando. Le mie molecole compresse scendevano verso il basso finché uno spazio si aprì sotto di me. Stavo viaggiando, insieme ad altre gocce, verso l’ignoto. Ancora stretta dalle braccia calde della terra o da quelle fredde della pietra, ma stavo viaggiando. Non ero più sola, e questo mi dava forza. Finché un giorno di chissà quale stagione il buio finì. In un salto di pochi centimetri si accese il sole e finalmente respirai.
Il cielo azzurro di montagna risplendeva sulla mia faccia, mentre correvo verso valle. Ogni piccolo sassolino che si trovava sulla mia strada rischiava di diventare un ostacolo insormontabile, ogni foglia una diga. La mia debolezza era evidente, bastava un passo per attraversarmi. Ma mentre le montagne si allontanavano io crescevo, di giorno in giorno. Avevo l’esuberanza e l’incoscienza della gioventù e la mia corsa, a volte, pareva impazzita. I primi pesci chiedevano ospitalità al mio grembo. Le piante e gli animali si dissetavano con me.
L’arrivo in pianura mi ha donato la quiete. La corsa si è trasformata in una inesorabile camminata.
Il mio cammino ha reso verdi e fertili le valli e al mio passaggio ho visto sbocciare la lavanda con il suo viola prepotente e il bianco-giallo innocente del gelsomino. Prima che il rosso della follia umana ricoprisse tutto. Prima che il sangue contaminasse le mie acque, nel frastuono della battaglia che lascia spazio solo al silenzio della morte. Prima che la mia corrente trascinasse cadaveri putrefatti e mutilati, a marcire in qualche insenatura.
Quelli che erano ancora in vita, io li ho cullati, come se fossi le braccia di una fidanzata, e li ho visti chiudere gli occhi per sempre mentre nominavano il nome di una donna.
In quegli occhi ho visto la paura, quella vera, e non c’è stato più niente che mi abbia spaventato.
A volte lotto con il libeccio che mi gonfia e mi frena, che prova a rimandarmi indietro, ma non mi può fermare.
Posso trasportare imbarcazioni come se fossero foglie e si costruiscono dei ponti per attraversarmi.
Il mio incedere inesorabile accarezza città, le adorna, le purifica.
Il mio incedere inesorabile, come un esperto pittore, disegna curve sinuose fino alla fine del viaggio, fino a spogliarmi della vegetazione, fino a baciare le onde, fino a sentire il sapore del sale che m’invade.
Uno spazio infinito si apre sotto il sole.
Ripenso a quando caddi dal cielo in un giorno d’Autunno; ero una goccia, sono diventata mare.

Pierluigi Rossi
Input: Da piccolo a grande

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