L’aveva notata non appena era entrata in sala. Indossava un vestito nero che le arrivava molto sopra il ginocchio e faticava a contenerle i seni. Aveva i capelli e le labbra tinte di rosso, le ciglia appesantite dal mascara e la pelle bianca come porcellana.
Gli si era avvicinata, rumorosa nei tacchi a spillo, e si era seduta vicino a lui, nonostante la sala fosse semivuota. Gli si rivolse con il tono di chi si è alzato già stanco.
‹‹Scusa, hai una sigaretta?››
‹‹Non fumo›› rispose lui.
Si stupì della freddezza del suo tono, quasi un’allusione ad un timore nascosto. Lei non si alzò.
Vittorio tentò di concentrarsi sull’ultima rocambolesca impresa di Rossi, ma pochi istanti dopo, quasi inevitabilmente, il suo sguardo prese a vagare nei pressi delle ginocchia della ragazza. Da quelle risalì la curvatura morbida delle gambe accavallate, incontrò il tessuto del vestito, poi il ventre piatto, poi la prominenza di grossezza imbarazzante del seno…
A quel punto lei si alzò e si diresse con passo svelto verso l’uscita della sala d’attesa dell’ospedale. Non si era accorta del suo sguardo, sembrava più essersi appena ricordata qualcosa.
Vittorio tuffò di nuovo il naso nel giornale, irritato e carico di vergogna.
Poi hanno il coraggio di lamentarsi se il primo idiota che passa le trascina in un vicolo e le brutalizza!
Si pentì all’istante di quel pensiero. Fortunatamente l’infermiera lo chiamò poco dopo, e lui entrò di buon grado nello studio del dottore.
Quando uscì dall’ospedale non pensava già più alla ragazza di poco prima. Adesso aveva la mente occupata da altri pensieri: doveva decidere se e quando togliersi due nei a rischio, passare a fare la spesa, pranzare con Susanna e tornare a lavoro prima delle due del pomeriggio.
Lui e Susanna stavano insieme dai tempi dell’università. Gli sembrava che lei ci fosse sempre stata; la sua presenza era scontata e fondamentale come l’aria. Non gl’interessavano le altre donne, né i suggerimenti irriverenti di certi amici, secondo i quali la vita a quarant’anni era bell’e che andata. E lui di anni ne aveva già trentaquattro.
Ogni tanto un lieve mormorio che affiorava dal profondo, forse uno strascico dell’ entusiasmo che aveva accompagnato i suoi vent’anni, gli suggeriva che poteva avere di meglio, che c’era più di così, che forse si era assoggettato al sistema e non faceva altro che dire di sì in favore di un’ipotetica causa maggiore.
E quel giorno, nel supermercato stracolmo, in ottava posizione in fila alla cassa e con un cestino rosso al cui interno figurava anche un pacco di assorbenti (Susanna aveva dimenticato di comprarli il giorno prima), questo lieve mormorio rischiava di diventare un lamento esasperato.
Finalmente fuori, con una mano che teneva la busta della spesa e l’altra impegnata a rovistare nella tasca alla ricerca delle chiavi della macchina, calcolò mentalmente che gli rimanevano all’incirca un’ora e cinquanta minuti prima di tornare al lavoro.
Si precipitò a casa, posò la busta della spesa, si cambiò d’abito e ripartì per raggiungere Susanna al bar dove lavorava.
Un bacio frettoloso, un panino, una birra, il resoconto di quello che gli aveva detto il dottore e poi di nuovo in macchina.
Rimase nel negozio dove vendeva hardware come commesso fino all’ora di cena. Poi finalmente a casa.
Dopo cena arrivò Susanna. Aveva portato un film del videonoleggio, forse per compensare il fatto che, per la stessa ragione per cui lui quel giorno aveva dovuto fare una spesa imbarazzante, quella sera non avrebbero fatto l’amore.
Vittorio si addormentò prima della fine del film, come di consueto. Venne svegliato da lei intorno a mezzanotte.
‹‹Tesoro, io vado a casa. Vai a letto, che domani ti devi alzare presto››
Lui annuì, aspettò di sentire il rumore della porta che si chiudeva e poi si riaddormentò.
Il mattino dopo si alzò con la stessa, muta rassegnazione ad un giorno identico ai precedenti, che caratterizzava i suoi risvegli ormai da diversi anni.
Dopo la mattinata passata al lavoro, raggiunse Susanna al bar e pranzò con lei.
Fu mentre stavano decidendo se lui si sarebbe tolto i nei a rischio la settimana successiva o quella dopo ancora, che la rivide.
Entrò nel bar con indosso un abito ancora più esiguo di quello del giorno prima e le labbra color rubino, su cui d’istinto si fissarono gli occhi di Vittorio.
Anche Susanna si girò a guardare la ragazza appena entrata, e commentò: ‹‹Oddio, quella!››
Vittorio si riebbe all’istante, senza però lasciarsi sfuggire l’ordinazione che la giovane fece al collega di Susanna dietro al bancone.
‹‹La conosci?››
‹‹Di fama. Da un po’ si tempo pranza qui un paio di volte alla settimana. Dicono che sia una che… ci dà dentro››
Vittorio guardò la fidanzata, accentuando fin troppo l’incredulità. ‹‹Ma dai. Come lo sai? Avrà ventidue, ventitrè anni…››
‹‹Diciannove! Diciannove anni. Qui al bar capitano un sacco di clienti che ci hanno avuto a che fare… molto da vicino. E ti giuro che raccontano delle cose da brivido su di lei››
‹‹Oh. Mio Dio, che cose››
‹‹Già. Che cose!››
Vittorio terminò il suo panino senza sentirne il sapore e tornò al lavoro.
Da quel giorno cominciò ad andare al bar di Susanna prima possibile e a lasciarlo più tardi che poteva. Per godersi almeno un po’ la pausa pranzo, si diceva.
Rivide la stessa ragazza altre volte, e, sebbene lei frequentasse il bar in maniera poco regolare, lui sviluppò una specie di sesto senso che gli faceva presagire, fin dal mattino, che quel giorno l’avrebbe vista.
Ogni volta che la ragazza pranzava al bar, Susanna ridacchiava e diceva che avrebbe lavato i bicchieri da cui beveva con il disinfettante.
Vittorio dava ragione alla fidanzata. E tuttavia dovette presto rendersi conto che le sue giornate, da quando le viveva con il pensiero di poter incontrare la sconosciuta dai capelli rossi, erano diventate più interessanti.
Conosceva i suoi piatti preferiti, il suo guardaroba, le sue pettinature consuete. Notava anche i modi in cui i clienti la guardavano, il disgusto che si dipingeva sul volto di alcuni e la brama che si accendeva su quello di altri.
Un giorno si decise a seguirla. La curiosità di sapere chi realmente fosse e che lavoro facesse lo divorava.
Appena la vide uscire dal bar, salutò in fretta Susanna con la scusa di aver dimenticato qualcosa a casa e le andò dietro.
La ragazza percorse a piedi un paio di strade ed entrò in un negozio di abbigliamento alternativo. Vittorio ne fu un po’ deluso. Tornò a lavoro, ma per tutto il pomeriggio fu così distratto che il suo collega, che non l’aveva mai visto così, gli chiese se per caso non avesse la febbre. E lui decise che l’aveva.
Disse di sentirsi poco bene e che il giorno dopo sarebbe rimasto a casa. L’avrebbe detto anche Susanna.
Ciò che lo sorprese fu la completa mancanza di senso di colpa quando al telefono disse alla fidanzata che era a letto con il mal di gola. Lei gli consigliò la marca di un prodotto e un buon riposo. Susanna era così dolce.
Si sentì comunque un po’ stupido quando, il pomeriggio successivo, si ritrovò a gironzolare nei pressi del negozio della rossa misteriosa, con un cappello e un paio d’occhiali per non farsi riconoscere.
Alle sei la vide uscire dal negozio e la seguì senza indugiare. Non si chiedeva perché d’improvviso gli fosse venuta una tale ossessione per una perfetta sconosciuta, tra l’altro il genere di ragazza con cui lui si era sempre guardato bene dall’avere a che fare.
Lei si fermò all’entrata di un vecchio condominio, poco lontano da dove lavorava. La vide esitare davanti all’entrata; cercò qualcosa nella borsa, immobile davanti alla rampa di scale, poi si voltò e i loro sguardi si incrociarono da una distanza di dieci metri.
‹‹Hai finito di seguirmi?›› gli chiese.
Il cuore di Vittorio fece un balzo. Comprese di essersi lasciato trasportare a tal punto dall’impeto da risultare maldestro. Ma ormai c’era troppo dentro, non poteva tirarsi indietro. Non l’avrebbe mandata giù.
‹‹Ecco, io…››
Lei gli fece cenno di avvicinarsi. Vittorio sentì che non desiderava altro. La prima volta che l’aveva vista, in ospedale, gli era sembrata volgare. Adesso che poteva vederla senza troppa gente intorno, invece, si accorgeva che era davvero graziosa.
‹‹Cosa vuoi?›› gli chiese.
Vittorio si accorse di non sapere assolutamente cosa rispondere. L’unica cosa che voleva da quella ragazza non avrebbe potuto ammetterla con chiarezza neanche a se stesso.
Per fortuna lei decise di tagliare corto e gli risparmiò di dover dare spiegazioni.
‹‹Sei qui per quello?››
Vittorio rimase immobile, e lei lo interpretò come un assenso.
‹‹Chi te l’ha detto?››
‹‹Nessuno…›› sapeva che non poteva reggere, nonostante fosse la verità.
‹‹Sì, certo. Non importa, tanto lo scoprirò da sola. Sali adesso o torni più tardi?››
Vittorio si chiese come fosse possibile una simile disillusione in una ragazza di diciannove anni. Lo pervase un misto di pietà, ammirazione e tenerezza.
L’ebbrezza prese il sopravvento, e gli restituì parte della sua eloquenza.
‹‹Adesso›› si decise.
‹‹Va bene››
La seguì su per le scale. Lei si fermò al terzo piano ed aprì un portone verde decrepito. Lui le andò dietro, docile. Non capiva come faceva a non preoccuparsi di nulla in quel modo.
La casa era minuscola e sporca, ma la stanza da letto era in ordine immacolato. Chissà quanti altri l’avevano già notato.
‹‹Ti spiace se prima fumo una sigaretta?›› disse lei. Aveva lo stesso tono stanco che le aveva sentito la prima volta.
‹‹No, figurati››
Non sentì il bisogno di dirle altro mentre lei fumava sul davanzale della finestra, con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte. Aspettò senza agitazione.
Quando ebbe finito, la ragazza spense la sigaretta e poi gli si avvicinò. Si sfilò il vestito senza fiatare, con fare meccanico, guidata dall’abitudine. Sotto era praticamente nuda.
Nonostante il modo di fare completamente privo di sentimenti, la grazia indicibile del corpo diciannovenne bastò a far perdere la testa a Vittorio.
Il candore della pelle nuda delle spalle, accarezzate dalle ciocche rosse, generava un contrasto inebriante, come sangue sul latte. Tentò di baciarla, ma lei non gliene diede il tempo e cominciò a togliergli i vestiti. A quel punto lui si perse completamente e le lasciò fare il resto.
Non credeva che gli avrebbe dato tanta soddisfazione. Non si sentiva degradato, anzi. Era come se si fosse preso una rivincita, non avrebbe saputo dire su cosa.
Le diede anche qualche soldo in più di quanto gli aveva chiesto, e la salutò con affetto, perché in fondo provava un’enorme simpatia per lei e per il suo disincanto.
Quando il portone verde si chiuse alle sue spalle, si soffermò a leggere il nome scritto sul campanello. Scoprì che si chiamava Anna.
Camminando per strada pensò che forse poteva ripetere l’esperienza. Anna non giudicava, Anna manteneva il segreto. Anna era un abbraccio in cui rifugiarsi e annullarsi.
Come sarebbe stato bello potersi congiungere con chiunque gli fosse piaciuta, con chiunque lui fosse piaciuto! La gioia che provava gli dava l’impressione che, in qualche modo, originariamente la natura avesse destinato l’essere umano a questo, alla totale libertà sessuale, a una sorta di equilibrio tanto dolce quanto inammissibile.
Ma no, non poteva. Non voleva essere giudicato un mascalzone. Lasciarsi andare significava trasgredire le regole e rovinare tutto.
Doveva stringere i denti, continuare a vivere le sue giornate una uguale all’altra e a stare con Susanna, magari cominciare a pensare di sposarla.
Quella sera avrebbe guardato di nuovo un film con lei, e il giorno dopo sarebbe tornato al lavoro.
Anna sarebbe rimasta una trasgressione isolata, una breve fuga dalla realtà.
Sapeva già che in seguito avrebbe compiuto molte altre follie occasionali, ma avrebbe fatto in modo che queste non gli prendessero la mano, non gli sconvolgessero la vita. Forse così sarebbe riuscito a vivere sacrificando il più per una causa maggiore che non vedeva.
Forse era l’unico modo.
Linda De Santi
Input: il conflitto.
domenica 18 marzo 2007
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1 commento:
Come diceva Oscar Wilde "so resistere a tutto tranne che alle tentazioni" e a volte sono così travolgenti che sembrano giuste...
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