mercoledì 7 marzo 2007

E' sera

I colori del cielo stasera sono piu' vivi, eppure – pensa Cecilia – è un venerdì come tanti. Un venerdì di dicembre. Per la città le persone vagano infreddolite, chiuse dentro i loro giacconi, tra un negozio ed un altro, nella frenesia degli acquisti per il prossimo Natale. Firenze ormai, è un po' la sua citta'. L'ha amata subito, nonostante le incertezze di una ragazza di provincia. Una ragazza del sud, amante dell'arte, della storia, ma soprattutto determinata in quello che ha da sempre sentito come un desiderio, un bisogno: fare il medico. Per questo, appena diplomata, è approdata a Firenze per seguire gli studi che gli avrebbero permesso di esaudire il “suo” desiderio. Ora Cecilia fa l'anestesista, il Careggi è un po' la sua seconda casa. Da quando, con impegno e costanza, è riuscita a sbaragliare tutti e vincere quel concorso decisivo; quello che gli garantisce un contratto sicuro, ha potuto realizzare un altro sogno: acquistare una casa tutta per sé. Un piccolo appartamento di un palazzo dell'ottocento, ben ristrutturato, al terzo piano: tre stanze ampie, soffitti a volta, grandi finestre che guardano verso la collina di Fiesole. Cecilia pensa che è comodo, in mezz'ora quaranta minuti al massimo; due bus, ed è al lavoro. Solo quando fa il turno di notte, o è reperibile, usa l'auto. Stasera è piu' freddo del solito, lo sente quando, chiusasi alle spalle la porta d'ingresso, avverte il tepore del parquet che dai piedi sale fin su, come un abbraccio. Un buon bagno, una cena leggera, un buon libro: una sera tranquilla, di quelle che piacciono tanto a Cecilia, soprattutto dopo una settimana faticosa, come quella appena trascorsa. Questo fine settimana, è libera, niente ospedale. Probabilmente domani chiamerà Claudia, se anche lei è libera, potranno insieme pensare ai regali per il prossimo Natale, e magari la sera vedere un bel film. Ha ancora l'accappatoio indosso quando sente suonare il citofono. Chi potra' mai essere a quest'ora.... Cecilia si stringe in vita l'accappatoio, si avvicina al citofono e chiedeSi, chi è?Una voce un po' distratta, stanca: - Cecilia Forza?Si, sono io.Un telegramma, un telegramma per lei.Apre il portone, poi resta in attesa alla sua porta. Il postino sale le scale con grandi falcate. Un ragazzone moro, muscoloso; si vede che fa palestra. Avrà trent'anni. Sarà un precario.Cecilia firma, ringrazia, chiude. Appoggia le spalle alla porta e, con un certa impazienza apre il telegramma: “Situazione Afghanistan estremamente grave stopnecessita impegno massiccio medici anestesisti Kabul stop contattare nostra segreteria Milano stop - EMERGENCY”Aumenta il ritmo cardiaco. Cecilia aveva completamente dimenticato della sua lettera spedita piu' di un anno fa ad Emercengy; scritta ed inviata in un momento di smarrimento, quando si sentiva sola, abbandonata e aveva bisogno di fare qualcosa che la facesse sentire necessaria; ora che per Guido non lo era piu'. Poi era venuto il concorso, un lavoro sicuro, la casa, e pian piano una serenità appagante. Claudia le dice sempre che lei è troppo idealista, che a rincorrere i sogni non acchiapperà mai niente, che tanto il mondo va come deve andare...e ora che puo' dimostrarle che non è proprio così, ha paura. Paura di cosa? Paura di mettersi in gioco? Paura di lasciare queste certezze conquistate a fatica? In fondo - si dice - sarà solo per qualche mese, un anno al massimo; poi tornera' in Italia, a casa, al Careggi. Deve telefonare, informarsi, solo così potrà avere notizie e dati certi. Magari è meno impegnativo di quanto pensa. Si, è solo l'imprevisto che destabilizza. Niente piu'. Venerdì successivo: la valigia vicino alla porta, un ultimo controllo, poi di corsa alla stazione. Il treno parte alle 9.30, sarà a Milano per le 13, e domani in giornata a Kabul. Cecilia è forte. Anche il suo cognome lo dice. Una volta contatta la segreteria di Emergency, non ha piu' avuto dubbi, lei doveva partire. Le ansie ed i timori sono stati domati; era diventata abile a far questo. Ora si trattava di mettere a disposizione la sua professionalità, la sua volontà, la sua forza. Kabul è una città assediata, violentata, squarciata; lo si avverte al primo sguardo, e anche Cecilia, nel suo frettoloso viaggio verso l'ospedale di Emergency lo capisce subito.Il colore dominante è il colore della terra: arsa dal sole, asciutta, polverosa. La luce, nonostante siamo in pieno giorno, è spettrale. Si respira l'insicurezza. In giro ci sono solo uomini, poche le donne e i bambini; tanti invece i ragazzi in uniforme, dentro carri armati, a presidiare un territorio che grida pace ormai da tanto tempo.Cecilia si sente quasi un aliena. Alì, l'autista della Jeep, si volta verso di lei ed, in un inglese zoppicante cerca di tranquillizzarla. Lei gli spiega che è alla sua prima missione, e che si trova impreparata. Il sorriso di Alì per Cecilia, è piu' eloquente di molte parole. Giunti all'ospedale, ad attenderla, un gruppo di colleghi, che rappresentano già da soli una buona fetta di mondo; insieme a loro, uomini afgani, che prestano la loro opera come inservienti.Ha solo il tempo di sistemarsi; nel pomeriggio è fissata una riunione, perchè all'indomani lei possa essere operativa. Qui il tempo, è un bene molto prezioso, e non va sprecato. Fin da subito Cecilia si sente coinvolta in questo progetto; l'ospedale è come una grande famiglia, e anche quando è di riposo rimane lì. Un po' per sicurezza, un po' per senso di attaccamento.Sono trascorsi sei mesi, sono mutate le stagioni, ma Cecilia è sempre li' pronta, con i suoi guanti, la cuffietta, gli anestetici, i tubi; sempre ad addormentare e risvegliare – quando è possibile – corpi di uomini, donne, bambini, vecchi; mutilati dagli ordigni della guerra. Ne ha visti tanti, ma non ha permesso ai suoi occhi di abituarsi a tanta crudeltà. Sono le 12 di un sabato di luglio, fra meno di mezz'ora finirà il suo turno, mangerà qualcosa, poi si getterà sull'amaca del giardino adiacente la mensa, e leggerà un po', forse si addormenterà. Il silenzio dei suoi pensieri è rotto dalle sirene delle ambulanze, che si fanno sempre piu' forti. Ali' le si avvicina, è sudato, ansima: “ci sono stati scontri al mercato con i soldati americani, stanno arrivando i feriti; pare siano una decina, alcuni anche gravi”.In situazioni di emergenza, la tabella dei turni perde di ogni significato. Cecilia lo sa bene, per questo si prepara in pre-sala, ed aspetta che Evelyn e John abbiano fatto il triage.Tra i feriti piu' gravi, un uomo ed una donna; sono marito e moglie. Le condizioni dell'uomo sono così disperate, che in fase di triage, gli viene assegnato un numero molto alto. Morira' prima di arrivare in sala operatoria. Insieme a loro, una bambina, molto probabilmente loro figlia, ha 8 anni, si chiama Amal, è ferita al braccio destro. Amal, non piange, non si lamenta; resta immobile, distesa nel letto. Solo i suoi grandi occhi neri, lucenti come la volta di un cielo stellato del deserto, si muovono verso i medici che le sono intorno e la preparano per l'intervento. Ad Amal sarà amputato il braccio, non ci sono alternative. I bambini della guerra, hanno sguardi di grandi, di chi conosce la morte. Cecilia, sorride ad Amal, le prende la mano dell'altro braccio, quella dove infilerà l'ago per addormentarla. Amal la stringe forte; in quella stretta ci sta tutta la disperazione, la paura, le domande che Amal non ha pronunciato. Si domanderà dove sono i suoi genitori, se perderà il braccio. Amal ha amici con protesi alle gambe, alle braccia; alcuni di loro hanno visto morire il proprio babbo, la propria mamma. Cecilia accarezza le guance di Amal e mentre la sua mano le sfiora la pelle morbida e asciutta, le guance di Cecilia si bagnano di lacrime che scorrono incontrollabili. Non ci si abitua alla guerra, soprattutto quando sono due occhi come quelli di Amal, a riempire il tuo sguardo, a sfiorare la tua anima. Intanto nella sala accanto la madre di Amal sta lottando contro la morte. Poche ore dopo morirà. Domenica. Amal si sta svegliando pian piano dagli effetti dell'anestesia. Dovremo dirle dei suoi genitori, pensa Cecilia. Si, ma come? Cecilia stanotte non ha dormito, il pensiero di Amal è stato costante, non era mai successo prima. Non è la sua salute a preoccuparla, piuttosto il suo destino. Che ne sarà di Amal? Avrà persone che si possono occupare di lei? Anche se Cecilia non ha mai sentito la maternità come desiderio irrinunciabile, anche se ora la sua vita è piena, con il lavoro, la missione; gli occhi di Amal hanno frugato, dissacrato, smosso.Cecilia si incammina verso la corsia, entra nella prima stanza alla sua sinistra, in fondo, vicino alla finestra c'è il letto di Amal. Si avvicina lentamente. Amal ha lo sguardo rivolto verso la finestra, la luce che filtra, illumina i suoi occhi; si china su di lei, appoggia una guancia alla sua, con le braccia la stringe, dolcemente. Non sarai sola, piccolo angelo. Mi occuperò di te. Tu sarai il futuro. La speranza. Amal, in arabo, vuol dire speranza.

Roberta Colombini

Nessun commento: