Tutti i giorni da oltre un anno, prendevo il treno delle sei dopo il lavoro, e tutti i giorni da oltre un anno cercavo di accaparrarmi un posto al finestrino per guardare il panorama.Il mio era il tragitto di un pendolare che dalla città si recava a lavorare in periferia. Spesso mi domandavo che cosa mi potesse attrarre di quel panorama: decine di palazzi, tutti uguali, tutti grigi, tutti tristi. Mi immaginavo le persone che vi abitavano e soprattutto mi piaceva pensarle dentro le loro case la sera, quando le finestre prendevano vita illuminate da luci più o meno forti, più o meno intense. E mi piaceva osservare l’aspetto di chi scendeva alle fermate intermedie. Fantasticavo su ognuno di loro, costruendo ed inventando la storia delle loro vite; così, senza sapere chi fossero, senza conoscerli. Mi ero costruito il mio personale campionario di pendolari, a ciascuno dei quali avevo assegnato un percorso di vita.In particolare mi aveva incuriosito una donna. Mora, piacente, sulla trentina. Doveva lavorare per uno studio di avvocati o di commercialisti. Vestiva con gusto, sobria ed elegante, curata nell’aspetto. Mai eccessiva, mai esagerata, perfino la suoneria del suo cellulare era discreta.La sua fermata era quella che io avrei definito il “Bronx”. Come era possibile che una persona così raffinata, così dignitosa, potesse abitare in un luogo così squallido, così desolato?Quel paesaggio rappresentava “altro” da me, era anonimo, privo di un suo perché, di uno stile che rispecchiasse le nozioni elementari dell’urbanistica.. Come era possibile accettare di vivere in un alveare dove affacciandosi alla finestra quello che si presentava davanti era solo ferrovia, autostrada, cemento?In quel periodo abitavo in centro, in un palazzo d’epoca e la vista che si apriva dalle mie finestre era quella di una piazza alberata al centro della quale troneggiava la più antica chiesa romanica della città. Venivo pagato profumatamente per offrire la mia consulenza nell’allestimento di un grande spazio espositivo alla “Città della Musica”. Stavamo organizzando un’importante installazione di video arte con la storia della musica a fare da collante. La mia vita era appagante, i miei amici stimolanti, il mio lavoro meraviglioso per il solo fatto che mi divertivo a farlo.Una sera di fine inverno finii di lavorare più tardi del solito. Eravamo a pochi giorni dall’inaugurazione. Gli altri decisero di andare a mangiare qualcosa nel centro del piccolo paese dove lavoravamo. Io non mi sentivo bene e pensai che sarebbe stato meglio rientrare e andare a dormire; l’indomani si prospettava essere una giornata molto faticosa.Arrivato alla Stazione trovai il regionale delle otto e trenta pronto sul binario 1. Sembrava uno di quei treni dei film western, tutto in legno con i sedili di velluto verde. Mi accomodai al finestrino, fuori era buio e per essere marzo inoltrato faceva ancora piuttosto freddo. Mi rifugiai nel bavero del mio cappotto, appoggiai la testa al vetro e chiusi gli occhi. Dopo qualche minuto il treno partì. Ero talmente stanco che il ritmico dondolio sulle rotaie mi accompagnò dolcemente verso un piacevole torpore.All’improvviso un fischio tremendo seguito da una brusca frenata mi fece sobbalzare in avanti e mi ritrovai con la fronte sanguinante per aver sbattuto contro il rigido schienale di legno del sedile di fronte.Urla, lamenti, gemiti, porte che si aprivano, gente che correva fuori sui binari nel buio più assoluto. In pochi minuti ero passato da uno stato di limbo all’inferno. All’inizio pensai ad un incidente, poi mi resi conto che non c’erano altri convogli oltre al nostro. Il controllore si faceva largo tra la gente col telefono incollato all’orecchio destro, mentre con la mano sinistra armeggiava alla porta degli unici servizi presenti sul treno. Qualcuno aveva tirato il freno a mano dopo aver fatto una macabra scoperta. Riversa, sul pavimento del bagno, con la testa incastrata tra il lavandino e il wc, giaceva una figura femminile.Una fitta allo stomaco, come una pugnalata data a tradimento, un senso di nausea mi pervase nel riconoscerla.. Era LEI. Un rivolo di sangue si stava facendo largo nella sporcizia del pavimento. La mano destra impugnava ancora una pistola, lo sguardo vitreo perso nel vuoto.Arrivò la Polizia che velocemente ci allontanò dal luogo della tragedia per radunarci in uno spiazzo illuminato dai fari delle volanti. Fummo invitati a lasciare le nostre generalità e, nel caso avessimo visto o udito qualcosa di rilevante, a rilasciare una testimonianza. Le Ferrovie avevano organizzato una corsa sostitutiva in pullman. Ci indicarono la strada per raggiungerlo. Solo allora mi resi conto che quella era la SUA fermata.Alzai la testa e, come se mi fossi svegliato in quel momento, realizzai di trovarmi in mezzo a quei palazzi, a quel grigiore, a quell’anonimato che ero abituato a vedere dal treno. Mi si presentava adesso un’altra prospettiva, c’ero dentro. Strade deserte, lampioni ad intermittenza, luci fioche. Mi guardai intorno e mi ritrovai solo. Mi sentivo come un cieco brancolare nel buio, in cerca di riferimenti, in cerca di sicurezze, in cerca di una voce amica. Una paura irrazionale mi assalì, mi resi conto di aver affrettato l’andatura. Perché avevo paura? Non c’era nessuno e per di più a poco meno di un isolato di distanza, c’era una macchina della Polizia. Affondai la mano nella tasca del cappotto a cercare un conforto nel metallo freddo del mio cellulare. La sua presenza mi rassicurò un po’ ma il pensiero di quel corpo senza più calore mi fece mancare il respiro. In fondo alla strada riconobbi i fari del pullman, mi ci catapultai dentro alla ricerca di un finestrino.Avevo riacquistato la mia prospettiva, ora mi sentivo di nuovo al sicuro. Volevo solo che la corriera partisse. Il più velocemente possibile.Il tavolo era sempre quello: vicino alla vetrata in modo da poter dominare l’intera piazza. Mi scaldavo al sole di quel luminoso mattino mentre sorseggiavo il mio caffellatte.Il cameriere mi portò il solito cornetto e il giornale. Lo sfogliavo svogliatamente quando la mia attenzione fu richiamata da un articoletto a fondo pagina nella cronaca locale. “Giovane donna si suicida sul regionale delle otto e trenta”. Dieci righe, niente di più.Richiusi il giornale e alzai lo sguardo verso le finestre del mio appartamento.“Mi piace la mia casa “ pensai.
Cristiana Belcari
mercoledì 7 marzo 2007
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