Passando dall’ingresso Eva notò la posta abbandonata sul mobiletto sotto lo specchio. Era usanza della famiglia Ruggeri ritirare la posta dalla cassetta delle lettere una volta alla settimana. Un piccolo espediente per evitare inutili quanto contro producenti arrabbiature a distanza ravvicinata. Arriva sempre qualcosa da pagare, soprattutto quando meno te lo aspetti.
E anche questa volta era così: la luce, la retta dell’asilo di Margherita, la rata del televisore. Niente che la interessasse: quello era un giorno di festa e non aveva certo intenzione di farselo rovinare per così poco. Stava riponendo le buste quando ne notò una aperta che la incuriosì.
“Azienda Ospedaliera Pisana”, “Ospedale di Santa Chiara”.
Un tuffo al cuore: il risultato della biopsia.
Si era quasi dimenticata dell’operazione, le feste natalizie, la gioia delle bambine, l’atmosfera particolare di questo periodo dell’anno l’avevano completamente distratta da quel pensiero. E poi, insomma, stava bene, non c’era nulla da temere.
Spiegò il foglio e lo avvicinò al viso per leggere il risultato. Il linguaggio dei medici le era da sempre risultato abbastanza incomprensibile, ma tra tutte quelle parole una le saltò agli occhi: CARCINOMA.
Ma come? Hanno sicuramente sbagliato, quella parola non è riferita a me!
Cercò di calmarsi, appoggiò la mano destra al mobile, un improvviso senso di vertigine rischiava di farla cadere.
“Mamma, mamma……Margherita mi ha dato un pizzicotto!”.
“E lei mi ha tirato i capelli!”.
“Mamma…!”.
Sia Caterina che Margherita avevano cominciato a piangere cercando conforto nella madre. Eva riemerse dallo stato di trance in cui era piombata e, con gli occhi fissi nel vuoto, disse qualcosa alle figlie, parole che successivamente non sarebbe stata in grado di ricordare, ma che ebbero il subitaneo effetto di calmarle.
“Riccardo? Riccardo? Dove sei?”. Il primo istinto fu quello di cercare il marito. In fin dei conti era lui che aveva aperto per primo quella busta.
Lo trovò di sopra, stava cambiando Stella. Per la terza volta nel giro di cinque ore!
“Che c’è amore?”.
“L’hai letta questa lettera?, gli chiese Eva mostrandogli il foglio che teneva in mano.
“Sì” rispose lui col tono più naturale e tranquillo di questo mondo.
“Ma hai capito che cosa c’è scritto?”, esclamò sbalordita Eva.
Riccardo la guardò senza capire, finì di rivestire Stella, la portò di sotto e la depose delicatamente sul tappeto vicino alle sorelle che, come se non avessero mai avuto nessuno screzio tra di loro, stavano allegramente giocando a fare le principesse.
Infine, sedendosi sul divano si rivolse ad Eva: “Che cosa dovevo capire? E’ il risultato della biopsia, no?” .
Eva si rese conto che il marito non aveva realizzato che cosa significasse la parola carcinoma. Era stanco, lavorava dodici ore al giorno, spesso doveva andare all’estero per settimane, dopo la nascita di Stella, Eva era stata costretta a smettere di lavorare e naturalmente, con l’arrivo non previsto della terza bambina, le spese erano lievitate.
Eva lo guardò con tenerezza: “Amore, ho un tumore”, gli disse sottovoce con gli occhi velati di lacrime.
Si guardarono in silenzio, erano entrambi sconvolti e impotenti, sapevano di non potersi lasciare andare per non spaventare le bambine, e allo stesso tempo non sapevano che cosa pensare, che cosa dire, che cosa fare.
Trascorsero in silenzio una decina di minuti cercando di riprendersi dalla notizia e di capire che cosa avrebbero dovuto fare.
Fu Eva a rompere il silenzio: “Proviamo a chiamare Alessandro” disse.
Alessandro aveva abitato insieme a Riccardo a Pisa ai tempi dell’Università. Dopo la laurea si era specializzato in medicina nucleare, ed era lui che le aveva consigliato di togliersi la tiroide. Eva soffriva da anni di problemi alla tiroide per la presenza di alcuni noduli e si sottoponeva periodicamente a controlli che però non avevano evidenziato nessun problema in particolare. Durante quest’ultimo anno però uno di questi noduli si era particolarmente ingrossato e, nonostante l’ago aspirato non avesse evidenziato nessuna presenza di cellule maligne, le avevano consigliato l’operazione.
Avevano programmato l’intervento per la settimana prima delle feste natalizie per creare meno problemi possibili sia al lavoro di Riccardo che alla routine delle bambine. Dopo aver trascorso le feste in famiglia erano rientrati a Ginevra e si accingevano a riprendere la vita di sempre quando era arrivato il risultato della biopsia.
Alessandro era stato molto chiaro al telefono: Eva avrebbe dovuto ricoverarsi entro un mese al Santa Chiara di Pisa per sottoporsi ad un trattamento di iodio radioattivo.
Eva e Riccardo avevano immaginato che Eva avrebbe dovuto sottoporsi ad una terapia, ma non ne avevano previsto le conseguenze.
Quaranta giorni lontana dalla famiglia.
“Come faremo?”, esclamò Riccardo dopo aver fatto mente locale. “Io ho in programma due trasferte di quindici e venti giorni a New York per i prossimi due mesi! Su tua madre non ci si può fare affidamento. L’unica alternativa che mi viene in mente è di chiedere ai miei di trasferirsi qua per un mese”.
“Credi che lo faranno?”, chiese Eva guardandolo con espressione scettica.
“Non lo so” rispose Riccardo dubbioso, “ma se non glielo chiediamo nemmeno non lo sapremo mai”.
Assorbito lo shock iniziale erano subentrati i problemi pratici e organizzativi da risolvere, e Eva fu talmente presa da questi pensieri da far passare in secondo piano il suo stato di salute. Quello che contava era che le bambine non risentissero minimamente della situazione, né ora né quando tutto ciò sarebbe finito.
La famiglia di Riccardo rispecchiò le previsioni proponendo soluzioni che invece di facilitare complicavano ulteriormente le cose.
Eva trascorse il mese che la separava dall’inizio della terapia a pianificare e programmare giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, la vita delle figlie, senza tralasciare il più piccolo particolare, concentrata solo a far sì che per le piccole non si presentassero grossi cambiamenti.
Fu in questa occasione che scoprì l’importanza dell’amicizia e quanto lei e Riccardo alla fine fossero stati fortunati e bravi allo stesso tempo a costruirsi negli anni una rete di amicizia così salda e affidabile.
Un mese passa in fretta e alla fine arrivò il giorno della partenza e della separazione dalla famiglia. Poi ci fu la terapia e i soggiorni “forzati” presso gli amici, l’esito positivo delle visite di controllo, la gioia, il sollievo, il conto alla rovescia per il ritorno alla vita normale, alla propria vita.
“Mamma, sono Eva. Come stai?”.
“Ciao Eva. Dove sei?”.
“Sono in Italia mamma, ho dovuto fare una visita di controllo per quell’operazione che ho fatto prima di Natale. Ti ricordi?”.
“Ah, sì… Mi vieni a trovare?.
“Vengo domani, mamma, così ti accompagno dal dottore. Va bene?”.
“Sì, cara. Ti aspetto”.
L’ufficio del dottor Mori era caldo e accogliente, pieno di libri, con la scrivania ingombra di riviste specializzate. La signora Sandri si sedette con la figlia al fianco. Aveva l’espressione tipica di chi guarda ma non vede, delle persone che parlano semplicemente perché le parole escono loro dalla bocca per abitudine, senza corrispondenza con quello a cui stanno pensando.
Il dottore guardò Eva, e lei capì. Non c’era bisogno di parlare.
Il rumore della chiave nella toppa fece voltare di scatto Anna proprio nel momento in cui Eva entrava in casa.
“Ciao, come è andata? Cominciavo a stare in pensiero, sono le nove e non ho tue notizie da stamani mattina”, esclamò tutto di un fiato Anna.
“Ciao. Scusa se non ti ho chiamata E’ che non ho avuto un momento libero”, Eva fece una pausa. “Il dottor Mori ha ordinato il ricovero d’urgenza per mamma e nella clinica psichiatrica del Santa Chiara non c’era posto, per cui è stata ricoverata in una clinica che si trova in un paesino vicino Lucca di cui non ricordo neppure il nome”. Eva si lasciò cadere sul divano, lo sguardo perso nel vuoto.
Anna era rimasta immobile, incapace di dire qualsiasi cosa che non suonasse banale.
“Vorrei piangere”, continuò Eva, “vorrei urlare, vorrei sfogare tutto quello che mi tengo dentro da un mese a questa parte, ma non posso. Non posso permettermi di lamentarmi del fatto che non vedo mio marito e le mie figlie da quindici giorni e del fatto che non li potrò vedere ancora prima di quattro settimane. Non posso nemmeno fermarmi a pensare che sto facendo tutto questo per il loro bene, che più tempo sto loro lontano più si allontana la possibilità di contaminarli in qualche modo. Non posso concentrarmi su me stessa e sul sollievo che le cose si stanno risolvendo. E non posso neppure lamentarmi di dover fare ancora una volta da madre a mia madre. Posso solo rimboccarmi le maniche e andare avanti. C’è lei a cui pensare ora”.
Cristiana Belcari
Input: Proverbio
mercoledì 14 marzo 2007
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