«Fuori dalla mia locanda e guarda di non farti vedere mai più, altrimenti la prossima volta ti infilo questo coltello in gola!».
Brandendo in aria un coltellaccio da cucina l’oste sferrò un calcio nello stomaco a Michelangelo facendolo rotolare a terra. Il fango attutì l’impatto coi freddi sampietrini della strada, a quell’ora silenziosa e deserta.
«Bravo, hai fatto bene! Tutte le volte la stessa storia. E’ un violento!».
«Vuole sempre avere ragione, per vincere una partita venderebbe sua madre!».
Le voci gli arrivavano ovattate, un filo di sangue misto a bava gli stava colando dal labbro inferiore, ma il dolore più forte e lancinante era quello che saliva su dalla bocca dello stomaco. Tentò di rialzarsi ma il peso del suo corpo, attratto dalla forza di gravità, lo fece ripiombare a terra inesorabilmente. Allora cominciò a strisciare, voleva allontanarsi da quel vicolo e raggiungere piazza Navona. A quell’ora ci avrebbe trovato sicuramente la Lena che, come sempre, lo avrebbe aiutato a rimettersi in sesto.
Il campanile di San Luigi dei Francesi suonò le quattro e mezza. L’aria era umida e cominciava ad albeggiare. Traballando era riuscito a rialzarsi e appoggiandosi al muro strisciava piano piano imprecando dentro di sé contro quegli animali che lo avevano ridotto in quello stato.
«Gliela farò pagare, fosse l’ultima cosa che faccio», borbottò mentre si affacciava sulla piazza.
Non avrebbe potuto presentarsi a Palazzo Madama in quello stato, il cardinale questa volta non lo avrebbe perdonato. Meglio affidarsi alle cure di una cortigiana, la sua modella preferita, sempre pronta ad aiutarlo in cambio di uno spicciolo di notorietà. Tutti la conoscevano a Roma e a lui divertiva molto l’idea di usarla come modella per raffigurare la Madonna. Del resto aveva tutte le qualità per esserlo: era caritatevole, disponibile e… sempre allegra. Che importava se non aveva le maniere di una nobildonna? La dottrina cristiana non difende forse i poveri e gli umili?
«Eccola là, ne ero certo!».
In mezzo a un capannello di loschi figuri, ubriachi e vocianti, si ergeva la sua immagine, superba ed altera. Il suo seno sembrava sempre sul punto di vincere la prigionia del corsetto per uscire finalmente libero allo scoperto. La sua bocca carnosa aveva il colore delle ciliegie appena colte, e anche il suo sapore era simile a quello di un frutto fresco. Michelangelo lo conosceva bene.
«Lena, vieni qua, aiutami!».
Il tono della sua voce superò quello dei personaggi che si contendevano le attenzioni della Lena. Ci fu un attimo di silenzio, lei si girò e gli corse incontro.
«Un’altra volta! Che hai fatto per essere conciato in questo stato?».
«Non ti preoccupare, portami a casa tua».
Lena gli prese il braccio destro e appoggiatolo sulle sue spalle, lo guidò non senza fatica in direzione di Trastevere.
Era almeno mezzora che camminavano quando finalmente giunsero sul Lungotevere dei Cenci. Michelangelo sembrava essersi un po’ ripreso. Il movimento e l’aria fresca del mattino lo avevano rinvigorito. O forse era la vicinanza della Lena, chissà!
Il pesante portone di legno del palazzo dove abitava la Lena era stranamente chiuso e mentre la donna cercava, tra le pieghe delle sue vesti, la grossa chiave di ferro, Michelangelo fu attratto da alcune grida provenienti dal fiume. Attraversarono la strada e si affacciarono al parapetto. Poco più in basso un gruppetto di tre persone si dava da fare intorno a qualcosa che né Michelangelo, né la Lena riuscivano a distinguere.
«Svelta, andiamo a vedere cosa stanno facendo», disse d’impeto Michelangelo.
«Ma se stai ritto a malapena, lascia fare Caravaggio, andiamo a casa». La Lena era una delle poche persone che lo chiamavano con questo soprannome. Lui non lo gradiva particolarmente ma a lei concedeva tutto, non le sapeva resistere.
«Io vado, tu fai un po’ come vuoi», e si incamminò verso il viottolo che scendeva sull’argine.
«Dio come non ti sopporto! Vieni, appoggiati».
Giunti in prossimità del gruppetto cominciarono a capire che cosa stava succedendo.
«Te, tirala per le gambe, io la prendo per le spalle e te, Orazio, cerca di tenerla per il tronco».
Il più robusto dei tre dava istruzioni su come riuscire a portare il cadavere di quella donna sulla riva.
«Ma quanto pesa?» disse il più giovane.
«Per forza, è morta. Vorrei vedere te quanto peseresti, e poi con tutta l’acqua che ha bevuto!», disse Orazio immerso nel Tevere fino a metà coscia.
«Che cosa è successo?», domandò Michelangelo non appena l’ebbero deposta sull’erba.
Il vecchio, quello che aveva dato le direttive su come trasportare il corpo, lo guardò con aria bieca e disse: «E io che ne so? E’ già tanto se l’abbiamo trascinata a riva».
«Porella, guarda com’è giovane!», esclamò la Lena che nel frattempo si era avvicinata al corpo della ragazza.
«Voi, che fate laggiù?». Una guardia notturna che stava finendo il suo giro di perlustrazione, li aveva visti dall’alto e insospettitosi si era fermato ad osservarli.
«Abbiamo visto un corpo galleggiare da lassù e siamo scesi per portarlo a riva», gli urlò il vecchio.
La guardia scese velocemente per il sentiero e in un batter d’occhio si ritrovò accanto alla morta.
«Che ne sarà di lei?», domandò con un filo di voce la Lena.
«La porteremo al cimitero e se nel giro di un paio di giorni non riusciremo a scoprire chi è, la seppelliremo tra i senza nome», disse la guardia osservando il cadavere.
I tre, insieme alla guardia, sollevarono il corpo e si avviarono verso la strada. Lena li seguì con lo sguardo fino a che non scomparvero. Alcune lacrime le rigarono le guance, non conosceva quella ragazza ma le aveva fatto tanta pena. Chissà chi erano i suoi genitori, chissà che dolore avrebbero provato nel vederla così, chissà se si era tolta la vita volontariamente o l’avevano uccisa. Era talmente immersa nei suoi pensieri che quasi si era dimenticata di Michelangelo, ma quando si voltò verso di lui si spaventò per l’espressione che lesse sul suo volto.
«Caravaggio che hai? A cosa stai pensando?».
Michelangelo aveva l’espressione del pellegrino che, finalmente, dopo aver percorso un cammino lungo e tortuoso, giunge all’agognata meta e vede la luce. Una strana luce brillava nei suoi occhi, aveva lo sguardo perso nel vuoto e la mente in movimento.
«Mi dici che hai?», sbottò Lena visibilmente innervosita dal suo comportamento.
«Ho trovato la modella per la ‘Morte della Vergine’ che mi ha commissionato Laerzio Cherubini!», esclamò evidentemente soddisfatto Michelangelo.
E nel vedere l’espressione sbigottita della Lena aggiunse: «Ma non capisci? Sono anni che cerco l’ispirazione per questo dipinto. Quella ragazza è la mia Madonna, il suo corpo arresosi alla morte, il ventre e le gambe gonfie, l’agonia della sua fine. Quel corpo sarà il cadavere della mia Madonna e il suo volto sarà il tuo!».
«Tu sei pazzo! Pensi che ti permetteranno di esporre un dipinto del genere in Santa Maria della Scala? Non ti è bastato il rifiuto delle altre pale?».
«Chissenefrega dei committenti, dei preti e della Chiesa! Io è così che dipingo», dichiarò spocchioso e indisponente Michelangelo.
Lena scoppiò in una grassa risata, che cosa le era saltato in mente? Anche lei adorava provocare e l’idea di essere ancora una Madonna, seppur morta, la riempiva di orgoglio.
«Vieni qua, Caravaggio! Andiamo a mettere un po’ di acqua e sale su quel labbro spaccato!».
Cristiana Belcari
Input: Personaggio famoso
mercoledì 14 marzo 2007
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