Erano tre settimane che non dormivo, e ogni notte, che fossero le 2, le 3 o le 4, smettevo di fissare la sveglia, mi alzavo dal letto e andavo a fare una doccia, nella speranza che il tempo passasse.
Anche stanotte è stato così. Ore 3 e 45, ed era ancora il momento. Aprii l’acqua, rendendola tiepida il più possibile. Mi feci lo shampoo, una, due volte. Mi insaponai le spalle, le braccia e le gambe con la massima attenzione, nei minimi particolari, lentamente. Quando ogni parte del mio corpo era ormai logorata dal sapone che le avevo spalmato addosso, mi fermai. Mi sedetti lì, nella doccia , ma non certo per provare a dormire. Con l’acqua ancora tiepida che mi scendeva sulla testa pensai ad ogni cosa: alle mie manie, ai miei vizi, ai quaderni chiusi nel cassetto; alla mia armonica, ai campanili colorati a metà, al mio letto, così grande, e ai miei capelli, così lunghi.
Uscito dalla doccia mi girava la testa, facevo fatica a tenermi in piedi, ma non era stanchezza.
Trovai la forza necessaria ad appoggiarmi al lavandino per riprendere l’equilibrio e cominciare ad asciugarmi i capelli. Un’operazione che quando riuscivo a dormire rendevo molto meno laboriosa, lo dimostrano i grossi nodi e la difficoltà che comporta il passarci le mani attraverso.
Quando ebbi finito camminai per la casa completamente nudo, come sempre. Guardai fuori dalla finestra, il buio si stava affievolendo lentamente, ma non del tutto, continuavo a vedere tutto blu.
Mi fermai davanti allo specchio in corridoio, cominciando a fissarmi negli occhi. Continuo ad essere dalla parte di chi dice che somiglio di più a mia madre. Lo sguardo, gli zigomi, le mani, sono i suoi. Di mio padre ho la barba colorata della gioventù e le espressioni della concentrazione, lo strizzare gli occhi mentre scrivo o penso intensamente. Il sorriso, ecco, quello non ricordo da chi l’ho preso. Non che avessi dimenticato il sorriso dei miei genitori, cerco spesso di farli sorridere, a volte per non fargli fare troppe domande, altre affinché non si facciano troppe domande. È che ultimamente sono io ad avere problemi nel sorridere, chiuso nel silenzio delle mie parole e di quelle degli altri. Sarebbe facile dire che non ne trovo più alcun senso. I discorsi, le frasi, i fatti che ogni giorno questa vita mi mette davanti si racchiudono presto in una nuvola di totale inutilità. Un inutilità che vedevo anche lì, in quel momento, mentre mi fissavo allo specchio.
Non riesco più ad ascoltare le persone, non riesco più a capirle. Seduto al centro di una piazza vedo tante facce affiancate, hanno tutte gli stessi occhi, lo stesso naso, le stesse labbra. Hanno tutte una loro strada da percorrere, sembrano sicure di sé, della loro forza e dei vestiti che sanno già di indossare anche domani. Io le sento parlare, le sento ridere, ma non le capisco. Alle mie orecchie arriva solo un gelido brontolio di voci che nuotano in un aria rarefatta, galleggiano sulla mia testa e mi girano intorno. Io non so se vorrei sentirle, continuo a pensare che sia tutto inutile. Lo pensavo anche quando riuscivo a dormire, ma sono tre settimane che non dormo, e tre settimane che ho paura di vedere l’alba. Mi chiedo se fosse possibile sentirsi così a vent’anni.
Smisi di fissare lo specchio, cominciai a guardarmi intorno. Il buio cominciava a trapassare, ma avevo ancora l’impressione di vedere tutto blu. I muri senza quadri che ricordavo bianchi, ancora blu. L’unico spiraglio di luce che rompeva quella spettrale armonia veniva dal bagno. Pensai alla lampadina sullo specchio, pensai di averla lasciata accesa. Andai per spegnerla. Arrivato al lavandino mi accorsi che non era tutto come avevo lasciato. Allacciata alla maniglia della finestra c’era la cintura dell’accappatoio, che scendeva lungo il muro fino a formare all’estremità inferiore quello che sembrava decisamente un cappio. La sedia lì vicino lasciava immaginare poche cose. Mi avvicinai al cappio, lo misi intorno al collo e salii sulla sedia. Non sapevo a cosa pensare, avevo freddo, avevo paura. Diedi un calcio alla sedia e il mio corpo rimase appeso. Cominciai a girare lentamente su me stesso, osservando il bagno dall’alto. Una lacrima scese da entrambi i miei occhi, che restarono aperti fino a quando un grande brivido caldo partì dalla nuca e scese fino all’osso sacro. La schiena si irrigidì e i miei occhi si chiusero per pochi secondi. Quando li riaprii era giorno, le serrande alzate e io ero a letto. Era tutto un sogno.
Maurizio Amendola
mercoledì 7 marzo 2007
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