mercoledì 14 marzo 2007

Strane missive

La chiave scivolò inaspettatamente nella toppa e il portone si aprì. –Non ci posso credere, hanno riparato la serratura!- Entrò velocemente per sfuggire al libeccio che inesorabile imperversava da tre giorni. Con il calcagno sinistro dette un colpo leggero al portone che si richiuse. Non era un gesto molto femminile, ma del resto non poteva fare altrimenti. La mano destra stava lottando con il manico della confezione di acqua da sei bottiglie che stava cominciando a tracciare un solco nel suo palmo. Con la sinistra invece reggeva due buste della spesa mentre infilato al dito indice penzolava l’anello del portachiavi che Elena le aveva regalato per il suo ultimo compleanno.
Con la coda dell’occhio destro lanciò uno sguardo alla cassetta della posta. Una busta bianca stava in bilico appoggiata alla pubblicità dei prodotti in promozione al supermercato. Il cuore cominciò a pulsare velocemente e un senso d’ansia la costrinse ad un respiro profondo. Posò le buste e riluttante si accinse ad aprire la cassetta numero 9. Sapeva già di che cosa si trattava anche se aveva sperato fino all’ultimo in una bolletta da pagare. Ritirò la busta, richiuse la cassetta, riprese il suo carico e si avviò all’ascensore.
Aveva messo a posto la spesa con cura, lentamente. Si era liberata di quelle scarpe che l’avevano martoriata tutto il giorno. Ogni volta che passava dalla cucina la vedeva; era lì, sul tavolo, in attesa di essere aperta.
Alla fine si decise. Stappò una bottiglia di Sauvignon, se ne versò un bicchiere e si sedette davanti alla busta.
“SMETTILA, TE L’HO GIA’ DETTO. SE CONTINUI FARAI UNA BRUTTA FINE!”.
Era come le altre, scritta con ritagli di giornali. Ormai era la terza in tre mesi.
Prese il telefono e compose il numero di Elena.
«Pronto».
«Ciao, sono io.»
«Ciao Claudia. Com’è?»
«Ne è arrivata un’altra».
Ci fu un attimo di esitazione dall’altro capo del filo, ma non appena ebbe realizzato di cosa Claudia stesse parlando, Elena esplose: «No, non ci posso credere! Ti decidi o no ad andare alla Polizia? Guarda che domani ti ci porto io di peso e questa volta non voglio sentire scuse. Che c’è scritto in questa?».
«Le solite cose, le solite minacce», Claudia lesse quelle poche righe all’amica.
«Ok, basta. Domattina si va. Entro più tardi al lavoro, non me ne importa nulla, ma voglio essere sicura che tu ci vada e siccome non mi fido ci vengo anch’io».
«Va bene, va bene. Passo a prenderti io alle otto e mezza».
Elena aveva ragione, non poteva più rimandare, ormai era la terza lettera di questo genere che le arrivava e cominciava ad avere un po’ di paura.

Dopo aver lasciato la macchina al parcheggio dei Quattro Mori entrarono in Questura e chiesero a quale ufficio dovevano rivolgersi per presentare una denuncia.
«Terzo piano, corridoio di destra dall’uscita dell’ascensore, seconda porta sulla sinistra».
Salirono a piedi, Claudia aveva bisogno di aria e preferì fare le scale. La targa sulla porta recitava: ‘Ispettore V. Vannucci’. Claudia bussò.
«Avanti» esclamò una voce profonda e rassicurante.
«Buongiorno, possiamo rivolgerci a lei per una denuncia?».
«Prego, accomodatevi».
L’ufficio era luminoso e spazioso. Claudia ed Elena si sedettero davanti alla scrivania dell’Ispettore Vannucci. I loro sguardi palesavano una certa preoccupazione di cui l’ispettore, avvezzo al suo lavoro, si era accorto dal momento in cui avevano messo piede nel suo ufficio.
«Ovvia, ditemi tutto. Che è successo?».
A Claudia venne da sorridere, il suo accento tradiva apertamente le sue origini fiorentine e i fiorentini le avevano sempre suscitato simpatia.
«In realtà non so da dove cominciare… E’ che… Sì, insomma… recentemente ho ricevuto delle lettere anonime, dapprima ho cercato di non dare molto peso alla cosa, ma ora…».
«Ispettore, ne ha ricevute tre in tre mesi. Io glielo dicevo che doveva fare una denuncia, insomma che doveva venire alla Polizia, ma lei, mi creda, è una capatosta…». Elena non aveva resistito e aveva preso la parola. Come sempre del resto, proprio non ce la faceva a far parlare gli altri.
«Va bene, va bene. Andiamo con ordine. Lei come si chiama e che professione fa?» chiese con tono autoritario l’ispettore Vannucci.
«Claudia Ristori. Sono un medico di base ed esercito anche come dietologa avendo frequentato un corso parauniversitario in questa materia».
«Uhmm…», l’ispettore annotò il nome su un foglio. «Ok. Mi racconti un po’ di queste lettere».
«C’è poco da dire, ispettore. Sono messaggi minatori scritti con lettere ritagliate da un giornale. E il contenuto è pressoché sempre lo stesso, cambiano poche cose».
«Le ha portate con sé?» chiese l’ispettore.
«Certo». Claudia rovistò nella borsa, tirò fuori le tre lettere e le porse all’ispettore. «Eccole qua. Sono in ordine d’arrivo».
L’ispettore Vannucci, dopo essersi infilato un paio di guanti di lattice, esaminò le tre lettere.
-Cavolo! Non ci avevo mica pensato alle impronte- rimuginò tra sé e sé Claudia e d’istinto le venne da guardare Elena che, dall’espressione stampata sul suo volto, stava pensando esattamente la stessa cosa.
«Ha un’idea di chi le possa aver mandate e del motivo?» chiese l’ispettore.
«Assolutamente nessuna. Mi ci sto scervellando da tempo e non riesco a venirne a capo». Claudia aveva passato in rassegna varie volte, negli ultimi tempi, tutte le persone che conosceva o che aveva conosciuto, ma nessuno, a suo giudizio, poteva aver sviluppato un rancore tale nei suoi confronti da arrivare a minacciarla.
«Mi scusi la domanda ma devo fargliela: qual è la sua… situazione sentimentale?» chiese con un certo imbarazzo l’ispettore.
«Certo, non si preoccupi, capisco… Sono separata ormai da quattro anni, non ho figli e al momento non ho nessun legame».
«E i rapporti con il suo ex-marito come sono?».
«Ottimi direi. Se ne è andato da Livorno orami da tre anni e attualmente abita a Oslo».
-La questione si fa complicata- pensò il Vannucci tra sé e sé. –Se escludiamo la pista passionale il campo d’indagine si allarga oltre misura…-. Cercò di assumere un tono professionale e rassicurante: «E sul lavoro? Come vanno le cose? Ha notato qualcosa di strano ultimamente? Si ricorda qualche episodio particolare in cui ha dovuto discutere con qualche paziente, con un collega? Sa, a volte si verificano episodi che al momento giudichiamo irrilevanti ma che con il tempo acquistano un significato diverso se visti sotto un’altra luce».
«Ispettore, mi creda, ci ho pensato tanto ma proprio non mi viene in mente nulla. La mattina sono in giro per le visite a domicilio e nel pomeriggio faccio ambulatorio alternandomi tra lo studio di via del Pastore a Ardenza e quello di via Grande dove esercito anche come dietologa. Sinceramente non ho mai avuto problemi con nessun collega e tantomeno con i miei pazienti».
«E nel suo tempo libero che fa? Voglio dire, frequenta dei locali…».
«Ispettore, sono una persona normalissima, non ho amicizie particolari, frequento posti normali… voglio dire, vado al cinema, al teatro, al ristorante. Insomma, non faccio niente di speciale».
«Va bene, dottoressa. Direi che, per come stanno le cose, cominceremo ad indagare basandoci su quello che abbiamo. Tratterrò le lettere e le farò analizzare dalla Scientifica, con la speranza che ne venga fuori qualcosa su cui lavorare».
Elena era rimasta stranamente in silenzio per tutto il tempo, mantenendo un’espressione contrita e la fronte leggermente aggrottata nell’atteggiamento di chi sta rimuginando qualcosa.
«Scusi Ispettore, ma a questo punto, se ho ben capito, chiunque potrebbe aver inviato quelle lettere. Come fate ad indagare? Da che cosa partite?».
L’ispettore sorrise, guardò Elena e le disse: «Signora, ad ognuno il suo lavoro. Mi creda, oggi giorno si può fare di tutto. Voi cercate di stare tranquille e di non preoccuparvi… e se notate qualcosa di strano venite subito a riferirmelo».
Una volta finito di riempire il modulo della denuncia, uscirono dalla Questura.
«Devo scappare, ho una riunione a mezzogiorno e se non mi sbrigo non arriverò mai in tempo».
«Grazie di tutto Elena, grazie del sostegno morale. Pensi che riusciremo a risolvere questo mistero?», domando Claudia con un po’ di apprensione.
«Certo, ma che scherzi davvero?» rispose Elena imitando l’accento fiorentino dell’ispettore. «Sarà anche fiorentino ma il Vanni mi pare in gamba?».
«Come fai a sapere che si chiama Vanni?», domandò Claudia divertita.
«Dé, ho sbirciato tra i fogli sulla sua scrivania e ho visto delle lettere intestate all’ispettore Vanni Vannucci. Avevano parecchia fantasia in casa sua!», disse Elena mentre saliva in macchina.
Si salutarono e Claudia decise di concedersi una passeggiata al porto. Era un posto che la rilassava tanto e le piaceva fermarsi a guardare i traghetti che uscivano in mare aperto guidati dai rimorchiatori. Le piacevano anche le navi da crociera che sostavano per un solo giorno per permettere ai turisti di andare a visitare Firenze, Pisa, Lucca. -A Livorno non si ferma mai nessuno- pensò, -però ci sono passati quasi tutti, se non altro per andare in Corsica o in Sardegna-.
Attraversò al semaforo in fondo a via Grande, di fronte alla statua dei 4 Mori, e si diresse verso via del Molo Mediceo. Costeggiò le mura accompagnata dal rumore tipico di ogni porticciolo: la musica delle drizze che battono sugli alberi dalle barche a vela e il cigolio dei parabordi quando si sfregano da una barca all’altra. Il libeccio, dopo tre giorni di sfuriate, se ne era finalmente andato lasciando il mare libero di scaricare le ultime energie verso riva.
Tutta questa storia stava cominciando veramente a stancarla, ma quello che la innervosiva di più era il non riuscire a trovare alcun collegamento che l’aiutasse a capire che cosa stava succedendo.
Si sedette su uno scoglio e si mise ad osservare il traffico delle imbarcazioni che entravano e uscivano dal porto.

«Che cosa ne pensa, ispettore?» chiese il sovrintendente Paolo Cambini dopo aver letto il verbale.
«Mi sembra che al momento ci siano davvero pochi elementi su cui pensare», esclamò il Vannucci lisciandosi la barba con la mano destra. «Direi di cominciare con lo scoprire da dove sono state spedite le lettere. Da lì poi vediamo che cosa ci viene in mente. Tu ti occupi di questo e di tutto ciò che riguarda le lettere: impronte, analisi dei ritagli ecc. Io cercherò di scoprire qualcosa sulla nostra dottoressa. Non si sa mai… magari ha una seconda vita della quale non ci ha parlato».
Il sovrintendente Cambini uscì dalla Questura e si diresse a piedi verso Piazza Grande. Sarebbe andato alle Poste Centrali di via Cairoli a trovare Tommaso, un suo vecchio amico di scuola che era diventato dirigente alle Poste e che era sempre pronto a dargli una mano.
L’ispettore Vannucci invece decise di cominciare andando a fare qualche domanda alla Asl.

Claudia, seduta su uno scoglio con lo sguardo perso all’orizzonte, cercava disperatamente di trovare il bandolo della matassa. Questi pensieri la portarono inevitabilmente a fare un sommario bilancio della sua vita fino a quel momento.
Era sempre stata la prima della classe, una studentessa modello, la figlia che ogni genitore desidera avere. Era, a detta di tutti, una gran bella donna, alta, magra, un bel portamento, un bel viso, un bel carattere, sempre disponibile e sorridente. Non perdeva mai la pazienza e questa dote l’aveva aiutata moltissimo nella sua professione. Sapeva ascoltare e rassicurare, era brava soprattutto a trattare con gli anziani che, puntuali, tutte le mattine si presentavano in ambulatorio spesso con mali immaginari, bisognosi solo di qualche parola di conforto e di una medicina segnata su un foglietto bianco, da brandire in aria all’uscita dallo studio come un trofeo di cui andare fieri.
Riusciva sempre a far tornare in forma tutti coloro che la andavano a trovare per problemi di sovrappeso, ma soprattutto riusciva a convincere ragazzine semianoressiche che un corpo scheletrico non rappresenta un lasciapassare nella vita e che i problemi sono altri.
Nella vita privata era stata un po’ meno fortunata ma non se ne faceva un cruccio. Aveva conosciuto Alberto ai tempi del Liceo, si erano fidanzati giovani, erano cresciuti insieme e dopo l’Università si erano sposati senza in realtà pensarci troppo, come se fosse un’inevitabile conclusione alla loro storia. Avevano fatto quello che tutti si aspettavano che facessero, perché era “normale” così. Dopo qualche anno si erano resi conto che nel loro rapporto mancava la passione, si volevano un gran bene ma questo non era sufficiente. Così avevano preso la fatidica decisione che aveva provocato il disappunto di tutti. Alberto aveva ottenuto un posto di ricercatore all’Università di Oslo e se ne era andato. Continuavano a sentirsi, quasi tutti i giorni via mail ed il loro rapporto non era mai stato più bello di ora.
Sapeva di aver, per la prima volta deluso le aspettative dei suoi genitori che aspettavano con ansia dei nipoti di cui prendersi cura, ma sapeva anche che erano persone intelligenti e che avevano capito.
Da quando il suo matrimonio era finito aveva avuto qualche relazione ma nulla di importante. Ultimamente aveva conosciuto Marco al corso di yoga che frequentava la sera insieme ad Elena.
Le piaceva, ma soprattutto a Marco piaceva lei e non aveva esitato a farglielo capire. Claudia però si sentiva in una fase della sua vita in cui voleva solo stare bene con se stessa e non aveva voglia di impegnarsi nuovamente, non era il momento. Era sempre gentile con lui e se c’era da uscire per fare qualcosa tutti insieme non si tirava mai indietro. Elena la rimproverava, le ripeteva sempre che comportandosi così gli dava false speranze, secondo lei avrebbe dovuto parlarci chiaramente e mettere fine a questa storia.
Il fischio della sirena della Moby che stava entrando in porto la ricondusse alla realtà. Si rese conto che da più di un’ora era su quello scoglio a passare in rassegna la sua vita, quando invece avrebbe dovuto avviarsi verso l’ambulatorio di Ardenza dove i suoi impazienti pazienti la stavano aspettando.
Si alzò di scatto e volte le spalle al mare ritornò verso il parcheggio.

«Allora? Che cosa hai scoperto?», chiese il Vannucci al Cambini entrando in ufficio.
«Ispettore, ma lo sa che se imbuca una lettera per la città invece di smistarla qui la mandano a Pisa e poi ritorna?», esclamò il sovrintendente come se stesse pensando a voce alta.
«Andiamo con ordine Cambini. Spiegati meglio» disse l’ispettore affondando nella sedia davanti alla sua scrivania.
«Ok. Delle tre lettere due hanno il timbro di Pisa e una quello di Livorno. Questo cosa vuol dire? Che se io imbuco una lettera da una qualsiasi cassetta delle lettere della città con destinazione Livorno, la lettera viene ritirata dalla cassetta, portata in via Masi, inviata con tutto il carico postale di Livorno al CPO (Centro Operativo Postale) di Ospedaletto vicino a Pisa, lì lavorata e rispedita alla sua destinazione finale. Questo significa che non si può sapere da dove la lettera sia stata imbucata, a meno che non sia stata portata direttamente presso un Ufficio Postale e consegnata all’impiegato dello sportello invece che imbucata nella cassetta. In quel caso la lettera porta il timbro dell’agenzia da dove parte e poi naturalmente quello di Pisa perché a Pisa ci finisce comunque per essere lavorata. In conclusione, nel nostro caso, due delle lettere hanno il timbro di Pisa e quindi non si può sapere da dove sono state imbucate, ma una ha il timbro di Livorno Centro e quindi è stata consegnata alle Poste Centrali di via Cairoli».
«Bene, ottimo lavoro Cambini, anche se questo non ci è di molto aiuto…» borbottò l’ispettore. «E delle impronte che mi dici?» aggiunse subito dopo.
«Ho fatto analizzare sia le buste che le lettere, ma dé ispettore, si immagina da quante mani sono passate quelle buste? Sulle lettere c’è un po’ più di speranza nel senso che ci sono meno impronte, ma è sempre come cercare un ago in un pagliaio. Di sicuro ci sono quelle della Ristori e della sua amica… come si chiama?».
«Elena Tanini» disse l’ispettore.
«Ah, ecco sì, Elena Tanini. Insomma dalle impronte non è che si possa rilevare granché».
«E dei ritagli cosa mi dici?».
«Qui viene il bello caro il mio ispettore. Pare che il nostro ‘uomo’ sia un patito del Livorno!». Sulla faccia del sovrintendente Cambini comparve un sorriso compiaciuto. Sapeva che avrebbe punto sul vivo l’ispettore che veniva regolarmente punzecchiato per essere un irriducibile tifoso viola. La Fiorentina non riusciva mai a vincere a Livorno e a lui toccava subire in silenzio le frecciatine di tutti quei colleghi patiti del Livorno e di Lucarelli che era diventato un eroe nazionale quasi più amato del mitico vecchio Ciampi.
«Ma va? Che novità? Non l’avrei mai detto!» disse in tono ironico l’ispettore. «E questa originale deduzione da che cosa sarebbe scaturita?» aggiunse a questo punto incuriosito.
Cambini cercò di trattenere il sorriso che spontaneo gli affiorava sulle labbra. Lo divertiva tanto vedere quest’uomo, sempre così serio, rigido e impostato, reagire come un bambino alle provocazioni sulla sua Fiorentina. Represse la risata, in fin dei conti era sempre un suo superiore, e questo non era davvero il momento, avrebbe rimandato a più tardi il proseguo di questa piccola tortura.
«Riprendiamo i testi delle lettere: DOVE PENSI DI ARRIVARE COMPORTANDOTI COSI’? IL GIOCO E’ BELLO QUANDO DURA POCO. Questa è la prima, la seconda recitava: LA PARTITA SI STA METTENDO MALE. VEDI DI FERMARTI FINCHE’ SEI IN TEMPO. E la terza: SMETTILA, TE L’HO GIA’ DETTO. SE CONTINUI COSI’ FARAI UNA BRUTTA FINE. Tutte e tre hanno una più o meno velata allusione a giochi, partite, comportamenti…».
Sul volto dell’ispettore spuntò un’espressione scettica e divertita allo stesso tempo, come di chi sta aspettando che l’avversario faccia una mossa falsa per fare scacco matto. Ma decise di lasciarlo continuare, voleva vedere dove andava a parare con questa strana teoria del gioco del calcio.
«…Insomma, la Scientifica analizzando i ritagli, per il tipo di inchiostro, la grammatura della carta ecc., ha dedotto che sono stati presi dal Tirreno. Lo sa che in genere la grammatura della carta dei giornali è di 60 gr., mentre quella usata dal Tirreno è di 65 gr.?».
«No, non lo sapevo, ma a questo punto mi viene da pensare: meglio così! Ma continua, ti prego…», disse il Vannucci.
«Sì, insomma, i ritagli sono del Tirreno e la cosa che più ci aiuta in questo caso è che il nostro uomo invece di ritagliare lettera per lettera, ha ritagliato parole intere. E le ha prese talvolta dai titoli, talvolta dal corpo degli articoli, talvolta dalle didascalie delle foto, talvolta dagli occhielli».
«E allora?», l’ispettore cominciava a spazientirsi, questo Cambini veniva su bene e la cosa lo disturbava e inorgogliva allo stesso tempo.
«Sono andato al Tirreno e insieme al loro archivista abbiamo analizzato i testi degli articoli sportivi degli ultimi quattro mesi. E le parole ritagliate risulterebbero provenire tutte da articoli sulle partite del Livorno.» E aggiunse con un velo di malizia: «Solo quelle però in cui Lucarelli ha segnato!».
«Allora il nostro uomo ha dovuto penare, con Toni sarebbe stato più facile!». L’ispettore non ce l’aveva proprio fatta a resistere alla provocazione e resosi conto che non avrebbe dovuto cedere così, riprese un tono professionale facendo finta di nulla.
«Comunque devo dire che hai fatto proprio un buon lavoro Cambini. Ricapitolando possiamo dedurre che il nostro indiziato è di Livorno, è tifoso del Livorno e chiaramente del vostro ‘eroe nazionale’ Lucarelli, legge il Tirreno e ha l’hobby di importunare belle dottoresse attraverso missive anonime. Uhmm… direi che abbiamo fatto il quadro di più della metà della popolazione cittadina se escludiamo l’insolito hobby», esclamò il Vannucci.
«E lei che cosa ha scoperto, ispettore?» gli rilanciò il sovrintendente un po’ indispettito per essere stato prima elogiato e poi sminuito.
«Una vita troppo perfetta, una donna troppo perfetta. Non ci sono appigli, non ci sono apparenti motivi per cui qualcuno ce la possa avere con lei». L’ispettore aveva pronunciato queste parole fissando il mare dalla finestra. Con la mano destra fece il gesto di chi vuole scacciar via un brutto pensiero dalla sua mente, si voltò di scatto e disse: «E se andassimo a mangiare? Mai far lavorare il cervello a stomaco vuoto!».
«Ottima idea. Ci si fa un bel cacciucchino, ispettore?» propose il Cambini.
«Sempre il cacciucco, ma non mangiate altro a Livorno? Mai che tu mi proponga una bella fiorentina alta quattro dita!».
«Ispettore, ma quando se ne farà una ragione di abitare a Livorno?».
«Credo mai. Andiamo vai, mangiamo questo benedetto cacciucco così per qualche giorno non se ne parla più». In fin dei conti all’ispettore piaceva quella zuppa di pesce ma si guardava bene dall’ammetterlo.

Erano già passate più di tre settimane e la Polizia non era ancora venuta a capo di niente. L’ispettore Vannucci l’aveva chiamata un paio di volte e si erano incontrati in un bar del centro per scambiare due chiacchiere in un ambiente meno formale che gli uffici della Questura. L’ispettore pensava che mettendo le persone a loro agio avrebbero potuto raccontare particolari della loro vita utili per le indagini. Ma anche questo metodo non aveva funzionato. Claudia gli aveva raccontato della sua vita, gli aveva perfino portato un elenco dettagliato di tutti i suoi pazienti, sia dei mutuati che di quelli che si recavano da lei per visite specialistiche. Dopo qualche giorno l’ispettore l’aveva richiamata dicendole che non erano emersi indizi tali da giustificare uno spostamento delle indagini verso una o un’altra persona. Avevano risentito anche Elena in qualità di persona informata sui fatti. In fin dei conti l’aveva resa partecipe di tutto fin dall’inizio e conosceva ogni più piccolo particolare della sua vita. Anche lei era una sua compagna di Liceo, si erano sempre confidate tutto, avevano vissuto insieme i primi amori, le difficoltà degli studi all’Università, le delusioni sul lavoro, i viaggi. Insomma, il bene e il male. Elena non si era mai sposata, la natura non era stata molto benevola nei suoi confronti, non era molto alta, aveva sempre avuto un paio di chili in più, ma era una donna molto intelligente e simpatica, arguta e perspicace, piena di amici e di persone che le volevano bene. Se non fosse stato per lei e per il suo appoggio, difficilmente avrebbe superato così bene il momento della separazione e poi del divorzio.
Avevano appuntamento per le sei in Piazza Cavour, un giro per negozi, un aperitivo dal Vinaino e poi al cinema. La stava aspettando da dieci minuti quando la vide arrivare trafelata.
«E’ tanto che aspetti?» le domandò senza fiato.
«No, non ti preoccupare. Ma cosa ti è successo? Perché sei così agitata?», chiese Claudia vedendole un’espressione strana in viso.
«No, niente. Non ho voglia nemmeno di parlarne. Tanto sono sempre i soliti discorsi. Mi ha appena chiamata la mia mamma perché vuole che domenica vada a un pranzo di famiglia. Tutte le volte me lo fa apposta, come se non lo sapesse che c’ho l’abbonamento. Questa cosa che vado allo stadio proprio non le va giù. Le ho anche dato il calendario delle partite con evidenziate le date in cui il Livorno gioca in casa. Ma niente! Continua ad organizzare importantissimi pranzi di famiglia dove si devono discutere argomenti di rilevanza vitale quando ci sono le partite in casa. Non ne posso più».
A Claudia venne da sorridere, erano amiche per la pelle ed avevano gli stessi gusti per tutto fuorché per il calcio. A Claudia non interessava minimamente, mentre per Elena era quasi una droga.
«Vabbè, siamo qui per rilassarci, no? Raccontami qualcosa di bello. Ci sono novità sulle indagini?», domandò Elena cambiando discorso.
«Niente di niente. Secondo me il tuo amico Vannucci brancola nel buio. Ha voluto anche un elenco di tutti i miei pazienti ma pare non sia emerso niente di interessante. mi ha detto con la sua voce impostata, ma nulla che giustifichi quelle lettere».
«Per lo meno è da un po’ di tempo che non ne ricevi. Vediamo il lato positivo delle cose!», disse sorridendo Elena.
«E’ vero! E direi che potremmo passare a dei discorsi più seri, tipo quelle scarpe che ti volevo far vedere?».
«Già, mi sembra un ottimo spunto per alzare il livello della conversazione!».
Si presero a braccetto e si avviarono verso via Ricasoli pronte a svaligiare un paio di negozi.

Era passato più di un mese da quando la dottoressa Ristori insieme alla sua amica Tanini, erano entrate nel suo ufficio per sporgere denuncia contro ignoti. Nonostante il carico di lavoro quotidiano, quella pratica era sempre bene in evidenza sulla sua scrivania. C’era qualcosa che non gli tornava in quella storia. Il sovrintendente Cambini, dopo il brillante esordio di inizio indagini si era totalmente arenato e, incapace di qualsiasi ulteriore iniziativa, aspettava che il capo desse un nuovo impulso alle indagini. Vannucci aveva esaminato e riesaminato i nomi dei pazienti della dottoressa, la lista degli amici, conoscenti, colleghi, parenti e di tutte le altre persone che volutamente o incidentalmente frequentava giornalmente. Eppure la soluzione doveva essere lì. Sicuramente era lì sotto i suoi occhi e lui non la vedeva.
«Vado a fare un giro al mercato, Cambini. Tra un’ora al massimo sarò di ritorno», disse alzandosi l’ispettore.
«Va bene. Non si preoccupi, l’ufficio è in buone mani!», scherzò Cambini. Sapeva che il mercato era il posto preferito dall’ispettore, gli aveva spiegato tante volte che il gironzolare senza meta tra banchi di melanzane, patate e carote, e sentire gli ambulanti che strillavano i prezzi per invogliare le casalinghe all’acquisto, lo aiutava a concentrarsi e a capire che pista doveva seguire per questa o quella indagine.
La giornata era bellissima, il cielo limpido e senza nuvole. Si incamminò verso via Grande, giunto in piazza prese per via Cairoli, svoltò in via Santa Giulia e finalmente arrivò in piazza Cavallotti.
Le urla, il brusio di sottofondo, le spinte, bambini che piangono, era questo che lo faceva concentrare. Si avvicinò ad un banco attratto dal colore brillante delle mele esposte con cura maniacale a formare una figura geometrica che non avrebbe saputo definire, ma che raggiungeva la perfezione.
«Amelia, quale prendo?», stava domandando una signora a una donna dietro un banco.
«Dè, son tutte buone che discorsi!» rispose sbrigativamente Amelia, ansiosa di spostare il discorso su un altro argomento. «Ma l’hai sentita l’ultima?», aggiunse mentre la cliente abituale stava cercando di capire se fossero meglio le gold o le renette.
«No, o cos’è successo?», disse la signora mentre afferrava una gold per sentirne la consistenza.
«Dé, Sharon ha scoperto che il suo marito la tradiva con la sua migliore amica! Chiamala amica!», disse Amelia con l’aria soddisfatta di chi sa sempre le cose prima degli altri.
«No… Davvero? Ma sei sicura? A te chi te l’ha detto?», domandò la cliente pensando che c’era sempre da fare la tara su quello che diceva la donna.
«Te non ti preoccupare, lo so per certo, la fonte è sicura», disse Amelia evitando di rispondere.
«Poverina! C’ha una sfortuna addosso quella donna…», stava ribattendo l’altra.
L’ispettore si allontanò chiedendosi se era un’usanza solo di Livorno di chiamare le persone con nomi da soap opera oppure se questa tradizione fosse diffusa anche da qualche altra parte in Italia.
Fece ancora qualche giro tra i banchi, entrò al mercato coperto e dette un’occhiata ai pesci esposti in bella vista sui cubetti di ghiaccio. Tutto quel ben di Dio gli fece venire fame, chiamò Cambini col cellulare e gli dette appuntamento davanti al porto. Oggi offriva lui.

Claudia stava finendo l’ultima visita della giornata. Era stanca, non vedeva l’ora di andare a casa per immergersi nella vasca e stare un po’ lì, così, senza far nulla, senza pensare a nulla.
«Signora Maria, non si deve preoccupare. Sta andando tutto benissimo, è normale che questo mese abbia perso solo 700 gr. Il salto grosso si vede all’inizio poi il corpo si abitua piano piano e la perdita di peso è diluita nel tempo. Ciò ci permette di arrivare al nostro obiettivo in un tempo più lungo ma sicuramente mantenendo un’ottima salute».
La signora sorrise anche se le si leggeva chiaro in faccia che avrebbe voluto che la dottoressa avesse una bacchetta magica al posto dello stetoscopio.
Claudia accompagnò la signora alla porta e la salutò dandole appuntamento al mese successivo. Tornò verso la scrivania per radunare le sue cose quando il cellulare cominciò a suonare.
«Pronto!», rispose senza riconoscere il numero.
«Dottoressa buonasera, sono l’ispettore Vannucci», disse la voce dall’altro capo del filo.
«Salve ispettore, come va? Ci sono novità?» chiese Claudia sollevata di scoprire di non dover andare a fare una visita urgente.
«Mi chiedevo se potesse venire a fare un salto nel mio ufficio qui in Questura» disse l’ispettore.
«Ora?» replicò d’istinto Claudia.
«Sì, sarebbe abbastanza urgente. Le spiego tutto quando arriva». Il tono di Vannucci non ammetteva repliche.
«Va bene, se la mette in questi termini. Sono allo studio di via Grande, arrivo in dieci minuti».
Allarmata, Claudia radunò in fretta le sue cose e si avviò verso la Questura. Erano quasi le otto, che cosa ci poteva essere di così urgente da non poter aspettare il giorno dopo?
Fece la strada quasi di corsa, infilò il portone della Questura, salì le scale, girò a destra e bussò alla porta dell’ufficio di Vannucci.
«Avanti!». Mise la mano tremante sulla maniglia l’abbassò e aprì la porta.
Elena era seduta sulla sedia di fronte alla scrivania di Vannucci, il Cambini era accanto all’ispettore dall’altra parte.
«Hanno chiamato anche te?», esordì Claudia entrando nella stanza, sollevata di trovare anche l’amica.
Elena abbassò lo sguardo ma Claudia non ci fece caso, si diresse verso la sedia che l’ispettore le stava indicando e chiese: «Ma insomma, che cosa succede?».
«Abbiamo scoperto chi le ha mandato quelle lettere», le disse l’ispettore.
«Ah, meno male, E chi era? L’avete arrestato? Perché me le ha mandate?», disse Claudia tutto di un fiato. Poi si rivolse ad Elena: «E te lo sapevi? Perché non me lo hai detto prima? Mi avete fatto prendere un colpo con tutta questa sceneggiata!».
Sul volto di Elena cominciarono a sgorgare le prime lacrime, silenziose ma copiose.
«Elena che hai? Perché piangi?», Claudia cominciava a non poterne più di questa situazione.
«Ingegner Tanini, vuole parlare lei o preferisce che lo faccia io?», intervenne il Vannucci.
«Ma cosa state dicendo? Insomma, qualcuno mi vuole spiegare una buona volta che cosa succede?».
«Dottoressa, l’autore delle lettere anonime è la sua amica. Elena Tanini», disse il sovrintendente Cambini.
Il bagno caldo che aveva desiderato fino a qualche minuto prima si trasformò in una doccia gelata, scaricatale addosso così, a bruciapelo. Claudia era talmente stupita che non si rendeva conto se aveva capito bene o se avesse frainteso le parole del sovrintendente. Gettò uno sguardo smarrito in direzione di Elena, che a sua volta non riusciva a far altro che piangere.
L’ispettore allora le spiegò che, dopo aver fatto analizzare le lettere, le indagini si erano indirizzate verso chi, tra le persone di cui aveva fornito i nominativi, andava allo stadio o comunque nutriva una forte passione per il Livorno. Tra queste persone c’era anche la sua amica, ma la cosa sarebbe passata inosservata se non avessero scoperto che abitava dietro piazza Cavour e quindi molto vicina alle Poste Centrali tanto da poter approfittare di consegnare una lettera mentre pagava una bolletta. Inoltre, dalle indagini condotte tra gli amici in comune delle due, era emerso un ritratto di Elena abbastanza inquietante. Tutti la dipingevano come una grande amica di Claudia, sempre presente, specie nei momenti di bisogno dell’amica, sempre pronta a dare consigli o a consolare quando all’altra andava male qualcosa. Ma allo stesso tempo veniva descritta come una persona fortemente gelosa nei confronti di Claudia, della sua bellezza, del suo innato fascino che tanto attraeva gli uomini. Come Marco ad esempio, l’amico comune del corso di yoga di cui Elena si era perdutamente innamorata, ma che era attratto da Claudia.
Claudia ascoltava la spiegazione dell’ispettore facendo molta fatica a seguire la logica di quei discorsi. Possibile che non si fosse mai accorta di nulla?
L’ispettore proseguì raccontando che ad un certo punto avevano deciso di farla seguire fino a che non l’avevano vista dirigersi verso l’ufficio postale di via Cairoli con una lettera da imbucare. Appena consegnata, era stata fermata ed era stata intercettata la lettera, la quarta della serie con un contenuto simile alle precedenti, la stessa modalità di scrittura e l’indirizzo di Claudia scritto, come le altre volte, al computer.
Messa alle strette Elena aveva finito per confessare tutto: dalla gelosia che provava fin da quando ragazze andavano a scuola insieme, all’invidia per il successo professionale e personale di Claudia, alla soddisfazione che aveva provato quando l’amica le aveva riferito che si sarebbe separata. Un attaccamento morboso il suo, che era riuscita sapientemente a mascherare in tutti questi anni, recitando la parte dell’amica del cuore. Fino a quando avevano conosciuto Marco, o meglio fino a quando lei aveva conosciuto Marco. Un tipo simpatico, carino, educato, che si era sempre mostrato gentile nei suoi confronti. Qualche volta erano anche andati a cena fuori insieme loro due soli e lei si era illusa che potesse nascere qualcosa di più da quella che lui invece interpretava come pura e semplice amicizia. Poi si era aggiunta anche Claudia al corso e lui era cambiato. Le sue attenzioni ora erano rivolte solo a Claudia, Elena non esisteva più.
Allora aveva ideato lo stratagemma delle lettere, ma in realtà nemmeno lei sapeva dove sarebbe andata a finire. Aveva iniziato prima per gioco, per spaventarla un po’, poi la cosa si era gonfiata più del dovuto e l’ispettore Vannucci aveva cominciato ad indagare sul serio. A quel punto non si poteva più fermare, ma giurava di non aver mai avuto intenzione di farle del male.
Claudia ascoltò tutto il racconto con aria sbalordita fissando l’amica che non aveva il coraggio di alzare la testa.
Alla fine l’ispettore le disse che se voleva poteva anche ritirare la denuncia altrimenti le cose sarebbero andate avanti e la giustizia avrebbe seguito il suo corso.
Claudia si alzò, quasi fosse in trance e disse: “Mi dica dove devo firmare, ritiro la denuncia”.
L’ispettore le indicò uno spazio in fondo a destra di un anonimo modulo. Prese una penna e firmò: «Me ne posso andare?».
«Certo, dottoressa. Vuole che l’accompagniamo a casa», le chiese l’ispettore.
«Non ce n’è bisogno. Grazie, di tutto».
Si alzò, prese la borsa e uscì. Appena fuori dal Palazzo respirò a fondo come se non lo facesse da secoli. Si incamminò verso il parcheggio, aprì lo sportello della sua macchina, infilò dietro il sedile di guida la sua borsa da lavoro, richiuse e si diresse verso il porto.
Aveva bisogno di digerire tutte queste notizie, aveva bisogno di riconciliarsi con il mondo.

Cristiana Belcari

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