Jacques era un pezzente con la passione per il disegno.
Viveva in una città splendida, piena di monumenti e di posti buoni per dormire. Frequentava angoli sporchi, piazze affollate e stazioni dei treni, portandosi sempre appresso tutti i suoi averi, che certamente non lo appesantivano: giusto i vestiti che aveva addosso, e uno zaino logoro con dentro una coperta, l’elemosina dei misericordiosi e il suo album da disegno. La prima gli serviva di notte, la seconda per fare colazione e qualche follia, il terzo per vivere.
Ogni mattina si svegliava, salutava il cantuccio che l’aveva ospitato (quasi sempre un angolo della stazione, ma talvolta anche il cassonetto d’un vicolo di periferia, uno di quelli dove non ci si sorprenderebbe di trovare un cadavere fatto a pezzi) e si dirigeva verso il bar della sua migliore amica, Zelda.
Zelda era panciuta, dispotica e permalosa, ma lo adorava. Jacques la conosceva da parecchio tempo, ma erano diventati davvero amici soltanto l’anno prima, quando, rovistando tra i rifiuti, lui aveva scovato un magnifico cucciolo marrone e gliel’aveva regalato.
Visto che Zelda non era sposata né aveva figli, il cucciolo era venuto su circondato da cure d’ogni sorta. Era grasso come la padrona, ma come lei tutt’altro che pigro. Tutte le mattine aspettava Jacques davanti all’entrata del bar e si agitava come un innamorato quando lo vedeva arrivare. Jacques gli concedeva una carezza alla base delle orecchie, gli prometteva gli avanzi della migliore rosticceria del centro e poi entrava a fare colazione.
Più volte aveva sentito i clienti chiedere a Zelda chi fosse l’artefice dei disegni con cui lei aveva tappezzato le pareti del bar. Lo domandavano in tono d’ammirazione sincera, rapiti da quella sorta di caricature di persone, monumenti famosi e oggetti. Ma quando ce l’avevano vicino, questo artefice, prendevano imbarazzati le distanze, trangugiavano in fretta il caffè e uscivano dal bar.
‹‹E’ perché puzzi come un caprone›› lo rimproverava lei quando era di malumore, ‹‹mi spaventi i clienti. Finirò sul lastrico per colpa tua››
Jacques beveva il cappuccino seduto al tavolo come un impiegato, mangiava un cornetto alla crema, contava gli spiccioli sul palmo della mano, discuteva con Zelda che ogni volta non voleva essere pagata e poi ripartiva.
Attraversava il fiume, camminava di fianco alla strada dei licei, svoltava un paio di volte e arrivava in Piazza del Teatro. Salutava Aldo, che faceva i ritratti a carboncino ai turisti, e poi si accomodava sul primo gradino della scalinata che conduceva all’enorme entrata del teatro.
Tirava fuori il suo album da disegno, faceva la punta alle matite e cominciava a disegnare. Non capitava quasi mai che facesse il ritratto alle persone, come Aldo. Di solito schizzava in fretta i passanti di cui s’invaghiva la sua attenzione, senza che questi sospettassero nulla, e poi ci lavorava su con calma.
Aveva un modo tutto suo di filtrare la realtà. Se il suo soggetto era un pensionato sovrappeso, magari umido di sudore sotto il sole cocente delle piazze, ecco che la sua mano tracciava uno scoglio bagnato dalle onde, con fattezze vagamente antropomorfe; dotato di occhi, naso e bocca, con una camicia a fiorami, un copricapo da turista, una stella marina attaccata alla guancia e un polipo sulla spalla.
Se invece s’interessava a un’adolescente in gita scolastica, con i capelli a caschetto e l’apparecchio ai denti, le sue linee s’intrecciavano a formare un corpo di ragazzina sovrastato da una testa di cavallo con il morso.
Ovviamente poteva essere anche più beffardo. Un ragazzo con il mento particolarmente pronunciato era diventato un corpo d’uomo sotto un enorme gabinetto con occhi e naso. E una vecchia rinsecchita con il naso acquilino si era trasformata in un bastone da passeggio con il pomo a forma d’uccello.
Quando finiva un disegno, lo depositava ai propri piedi. Ne faceva circa venti per mattinata. Qualche volta capitava che un passante decidesse di acquistarne uno, ma Jacques guadagnava molto di più con lo sfoggio dei vestiti logori e delle scarpe rotte.
Intorno all’ora di pranzo raccoglieva i suoi disegni e il berretto con gli spiccioli, e andava a rovistare in qualche bidone. Pranzava e tornava al suo posto. Riprendeva a disegnare. E così fino a sera, senza stancarsi un attimo; avido dei lineamenti, delle fattezze, delle espressioni, dei cipigli dei passanti fugaci.
Alle sette e mezza Aldo riponeva i suoi strumenti, lo salutava e se ne andava. Poco dopo le otto se ne andava anche lui. Nei mesi freddi andava a trovare Zelda, mentre con il caldo passeggiava per la città, o andava a sbronzarsi, o cantava sul lungofiume.
Di notte era ancora più facile lasciarsi trasportare dalla fantasia. Con il buio, come si poteva affermare con certezza che dietro l’angolo che si stava per svoltare non ci fosse un vichingo con la mazza alzata, pronto a tramortirti? E come si poteva sapere se le luci riflesse nelle acque del fiume erano quelle dei lampioni sulle sponde o quelle delle finestre accese di una città subacquea, lontana e bizzarra?
Jacques non era certo di niente, se non di essere vivo e di dover cercare di restarlo il più a lungo possibile. Non sapeva dire se i miracoli accadono davvero o sono le allucinazioni generate dalla manchevolezza insita nella fede, né se le persone rimangono per sempre uguali a come sono o possono cambiare in poco tempo, come per magia.
Certo, sarebbe stato buffo alzarsi il giorno dopo e scoprire che Zelda si era trasformata in una bellissima principessa e il suo cane in un cavallo bianco. Ancora più buffo sarebbe stato che lui fosse entrato nel bar e tutti si fossero inchinati al suo cospetto. E non sarebbe stato affatto male, nossignore, se le persone avessero potuto assumere l’aspetto che lui conferiva loro nei suoi disegni. Ne sarebbe risultato un mondo pieno di creature strane e curiose, che gli uomini avrebbero guardato con ammirazione e rispetto perché toccate dalla sua magia, che le avrebbe rese più vicine al mondo dei sogni.
Una sera di primavera accadde che, in vena di follie, Jacques scommise gli spiccioli di tutta la settimana in una partita a carte che poi perse, e si ritrovò senza un centesimo. Troppo orgoglioso per fare colazione da Zelda senza pagare, il mattino dopo non si presentò al bar. Non aveva mai avuto grandi esigenze in fatto di cibo, ma l’assenza di un pasto poteva metterlo in ginocchio.
Infatti, già a metà mattina cominciò a non distinguere bene i lineamenti di un giapponese che sembrava un criceto con una macchina fotografica al collo, e fu costretto a smettere di disegnare.
Rovistò nei bidoni del centro, senza trovare niente. Gli era successo soltanto poche altre volte in vita sua. Provò ad andare all’uscita della mensa dei licei, dove a volte gli studenti lasciavano i panini avanzati per quelli come lui. Ma non trovò nulla nemmeno lì.
Fece qualche altro tentativo, poi, affaticato e di malumore, si lasciò cadere su una panchina e vi rimase, con il collo piegato, la faccia rivolta verso il cielo e gli occhi chiusi.
Non avrebbe saputo dire quanto tempo rimase in quella posizione. Quando riaprì gli occhi, era già quasi l’imbrunire e lui gli stava davanti.
Se non l’avesse fissato con tutta quell’intensità, Jacques l’avrebbe notato a malapena. Non lo si poteva descrivere in altro modo se non come un uomo qualunque, con lineamenti regolari e piuttosto scontati, i caratteri dominanti e un lungo cappotto nero. Una persona di quelle che gli occhi di Jacques, allenati a cogliere l’insolito e l’irregolare, non avrebbero neppure notato.
Colpito dal fatto che qualcuno tenesse gli occhi su di lui con tanta insistenza (gli era capitato di essere fissato con pietà, ma mai con insistenza), rimase dov’era. Ma era infastidito dal digiuno, e si spazientì in fretta.
‹‹Buon Dio, cos’ha da guardare?›› chiese Jacques.
Lo sconosciuto sorrise e gli si avvicinò. Jacques realizzò la possibilità che fosse un agente in borghese e si allarmò. Quando succedeva qualcosa e c’era da dare la colpa a qualcuno, venivano sempre a cercare loro, i pezzenti.
‹‹Sono qui da ieri sera›› ci tenne a premettere.
‹‹Le assicuro che non m’interessa dov’è stato oggi›› rispose l’uomo.
Jacques lo guardò negli occhi e avvertì una certa fretta di andarsene. Aveva fame, doveva trovare un angolo nascosto in cui svuotare la vescica e cominciava a sentirsi a disagio.
‹‹Sono il Venditore di Miele›› si presentò lo sconosciuto.
‹‹Non voglio niente›› si affrettò a rispondere Jacques. Di sicuro era il nome in codice di uno spacciatore. Stavano senz’altro cercando d’incastrarlo.
‹‹Lei crede?›› disse l’uomo. ‹‹Almeno ascolti cos’ho da proporle››
Jacques scosse la testa, fattasi pesante. Per sottolineare il suo rifiuto, agitò anche una mano. Si alzò e fece per andarsene, ma lo sguardo dell’uomo lo bloccò di nuovo.
‹‹Quante volte le è capitato che qualcuno le offrisse qualcosa senza che lei chiedesse?›› disse il Venditore di Miele. ‹‹Se va via non saprà mai a che cosa sta rinunciando. E non sono qui per farle passare dei guai, se è questo che sta pensando. Suvvia, rimanga››
Jacques rimase immobile. Qualcosa gli impediva di andarsene. Forse la debolezza per la troppa fame.
‹‹In realtà dovrebbe essere felice di vedermi›› cominciò l’uomo. ‹‹Perché le porto un dono incredibile››
Jacques sperò che fosse del cibo.
‹‹Lei è un uomo fortunato›› proseguì il Venditore di Miele, ‹‹le offro il potere di possedere le persone che disegna. Di farne le sue creature, ecco. E di conseguenza, di ottenere tutto ciò che desidera da loro››
Stranamente Jacques non pensò che lo sconosciuto stesse farneticando, ma la verità di queste parole gli si presentò limpida come se la cosa fosse del tutto normale e realizzabile.
‹‹Pensi!›› s’infervorò il Venditore di Miele, ‹‹possiederà la realtà soltanto copiandola. I suoi disegni faranno degli uomini le sue marionette. Marionette che potrà far combattere tra loro per il suo divertimento, o che potrà spingere all’amore e alla devozione più folli per la sua persona. Tutti saranno con lei com’è il cane della sua amica, e anche di più. Pensi. Chiunque riceverà il dono del suo sguardo, chiunque stimolerà la sua attenzione, cadrà ai suoi piedi, se lei lo desidera››
Jacques trasecolò. Non sapeva se a fargli girare la testa erano i morsi allo stomaco o quella situazione.
Il Venditore di Miele si schiarì la voce e proseguì: ‹‹Nei suoi disegni verranno intrappolate le anime stesse delle persone, i loro pensieri, i loro sentimenti. E lei potrà disporne come vuole. Non è un dono magnifico? Non ha fame, adesso? Non desidera disegnare un fornaio, un rosticcere, uno chef?››
Jacques deglutì. Accidenti, se aveva fame. L’uomo lo fissava dritto negli occhi, ormai a pochi centimetri dal suo volto. Comprese di dover rispondere qualcosa.
‹‹E perché mi starebbe facendo un’offerta simile? Voglio dire, perché proprio a me?››
Il Venditore di Miele sbuffò divertito. ‹‹Cielo. Da che mondo è mondo, esiste una legge per cui alcuni sono più meritevoli di altri di ricevere un simile dono? No, non esiste. Il potere si distribuisce a casaccio fra gli uomini, senza criterio, equilibrio o giustizia. Alcuni sono baciati dalla fortuna e altri no, così come alcuni sono baciati dall’Arte e altri non lo sono. Mi hanno indicato lei, ma avrebbero potuto indicarmi la sua amica Zelda, il suo collega Aldo, il professore che ha disegnato l’altro ieri, chiunque. Esistono persone molto più meritevoli di lei, come esistono persone meno meritevoli. Ma questo non ha importanza››
Jacques dondolò la testa. Ora gli sembrava di stare per svenire. Tentò di muovere un passo, ma barcollò e sbilanciò in avanti. La mano del Venditore di Miele afferrò in fretta la sua spalla destra e lo sostenne.
‹‹Si sente bene?›› gli chiese.
Il volto di Jacques era a un centimetro dal secondo bottone del cappotto dell’uomo. Erano quasi abbracciati e lui sentiva fortissimo il profumo dell’acqua di colonia dell’altro. Aveva un tale mal di testa da aver voglia di vomitare.
‹‹Sì… ›› rantolò. ‹‹Sì, mi scusi…››
Con uno sforzo che risultò terribile tornò dritto. Temette per un attimo di aver sporcato il vestito del suo interlocutore con le dita imbrattate di matita. Si sentì pieno di vergogna e chinò la testa.
‹‹Devo andare›› disse.
‹‹Come sarebbe che deve andare? Ha capito che cosa le ho appena detto?››
‹‹Sì… ma devo andare…››
Jacques mosse qualche passo, si accorse di potercela fare e prese coraggio. Alzò la mano per salutare l’uomo, poi la riabbassò, confuso, chiedendosi se era giusto o meno salutarlo. Si allontanò a piccoli passi strascicati.
‹‹Aspetti! Ha capito cosa le sto offrendo?›› Il Venditore di Miele tentò di seguirlo. ‹‹Ha capito? Tutti i suoi problemi sarebbero risolti! Mi ha ascoltato o no? Non le costerebbe niente! E’ un dono! Non le interessa?››
Jacques accelerò. Ora gli stava venendo un po’ di paura. Ballava tutto davanti ai suoi occhi e gli sembrava di avere la testa piena di sabbia bagnata.
‹‹Il potere di possedere chi vuole! Di possedere la realtà soltanto copiandola!›› gli gridò il Venditore di Miele, a pochi metri dalle sue spalle.
Jacques buttò un occhio verso di lui. Gli lesse in faccia uno stupore completo e comprese che l’avrebbe tallonato per tentare di convincerlo. Strinse i denti, si fece forza e si mise a correre.
Sentì la voce del Venditore di Miele che si allontanava mentre diceva: ‹‹Solo copiandola! Solo con i suoi disegni!››
Attraversò correndo un paio d’incroci, imboccò la strada che portava al ponte, oltrepassò il fiume e continuò a correre finché non raggiunse la stazione centrale. Qui dovette rallentare bruscamente per non urtare la gente in fila alla biglietteria, e per poco non si schiantò sul pavimento a quadri. Si diede dello stupido per aver agito in quel modo; decine di persone dovevano averlo visto correre come un pazzo, e se ci fosse stata una denuncia molti sospetti sarebbero caduti su di lui.
Andò a rinchiudersi nel bagno, dove finalmente si lasciò scivolare a terra, ansimando come se fosse appena scappato dall’inferno.
Attese qualche istante, poi si tastò la giacca. Il suo bottino era sempre lì, gli sembrava che bruciasse come un pezzo di magma incandescente. Lasciò scivolare le dita nella tasca e lo tirò fuori. Il portafogli del Venditore di Miele aveva davvero un design elegante. E certo lui doveva adorare le tinte unite, visto che era nero come già il cappotto, i pantaloni, e le scarpe.
Jacques lo aprì e vide che non si era sbagliato. Vendere il miele rendeva davvero bene, a quanto sembrava.
Era la prima volta che rubava qualcosa, e non ne andava fiero. Sentiva di dover espiare in qualche modo quella colpa. Ma intanto doveva nutrirsi. A castigarsi ci avrebbe pensato più tardi.
Zelda lo vide arrivare poco dopo l’ora di cena. Lo osservò mentre concedeva la solita carezza al cane, che guaiva di pura gioia ricoprendogli la mano di bacetti, e aspettò che si sedesse al bancone.
‹‹Come mai stamattina non ti sei fatto vedere? Hai trovato un bar che ti piace di più, brutto caprone?››
‹‹Ero senza soldi››
‹‹Stupido smidollato. E dove li avresti spesi, sentiamo? Ah, sono sicura che li hai persi a carte. Ti sta bene! Così impari a non darmi retta. E comunque potevi venire da me lo stesso. Quante volte devo dirtelo che a me non interessano i tuoi soldi pulciosi?››
Jacques immaginò una Zelda docile e rilassata e gli venne da ridere. Non era possibile, non sarebbe stata lei.
Gettò uno sguardo ai suoi disegni attaccati alle pareti. Molti erano delle caricature di Zelda. C’era Zelda nel corpo di un ippopotamo, Zelda con la testa di un carlino, Zelda fusa col cane, Zelda rappresentata come una divinità grassa e tirannica… e nemmeno una Zelda nelle vesti d’una principessa.
Magari aveva perso l’occasione di essere trattato con riguardo, di non soffrire più la fame atroce di quel giorno, di essere amato come un re.
Ma almeno così il cappuccino aveva il sapore di sempre.
Linda De Santi
Input: proverbio - Il vero artista non copia. Ruba.
sabato 17 marzo 2007
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1 commento:
Non so come sono gli altri tuoi racconti..però questo mi sembra bello. La storia è carina, sulla sintassi sto zitto perchè non ne capisco molto...però secondo me hai capito perfettamente l'essenza dell'artista, o almeno come la vedo io da "artista marziale"
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