mercoledì 7 marzo 2007

Il disordine circoscritto

Il giorno esco di rado, e anche quando lo faccio, spesso nessuno mi nota.
Il giorno è un continuo, illogico, rincorrersi e rincorrere. Un’insana sequenza di minuti contati e di pasti veloci. Di frenetiche, inutili, gare contro il tempo, che non arriverà mai secondo.
Preferisco la notte, anche se non è una mia scelta.
La quiete della notte ti aiuta a sentire il respiro delle persone, a sentirne il battito del cuore.
La sua oscurità ti aiuta a vedere più lontano, fino a poter entrare in ogni anima, in ogni storia.
Il silenzio della notte ti permette di udire perfino il suono degli sguardi, perché anche gli occhi sanno parlare, come quella volta, sulla spiaggia.
Io ero lì già da un po’ di tempo, quando lei arrivò .
Era da sola. Camminava sulla battigia, svogliata, con un passo lento da acrobata sul filo. Come se da un momento all’altro la spiaggia che aveva davanti dovesse finire.
E infatti la spiaggia finì.
Non diede troppa importanza alla mia presenza, ma si fermò e si mise a sedere su uno scoglio. Il vento le agitava i capelli nascondendole gli occhi, ma questo non le impedì di vedere le onde che leggere si distendevano sulla sabbia, portandosi via, ad ogni viaggio, un po’ delle orme che aveva lasciato. Finché del suo passaggio non rimase traccia.
“Questa è la mia vita”, pensò.
“Davanti a me solo scogli e pietre, e senza futuro il passato ha il valore di queste impronte cancellate”.
M’incuriosì.
Una lieve malinconia mi avvolse quando vidi brillare una lacrima sotto i suoi occhi.
Come in un rosario pagano stava ripercorrendo tutta la sua vita. Stazione dopo stazione, in un alternarsi di petali e spine, e rideva o piangeva a seconda dei ricordi che scorrevano nitidi, uno per uno, come fulmini in una tempesta. In quella tempesta che le stava devastando l’anima.
Intorno a lei l’ordine assoluto. La spiaggia era silenziosa, accuratamente lavata e stirata per gli allegri bagnanti del giorno dopo. Le sdraio erano piegate e gli ombrelloni chiusi, tutti in fila, come soldati schierati in attesa della loro missione. Perfino le disordinate grida che di tanto in tanto arrivavano dal bar sembravano perfettamente al loro posto in quella calda notte d’estate.
Era il suo temporale l’unico disordine, un disordine circoscritto. Ed era così forte che perfino il vento si fermò per non disturbare quella bufera.
Un disordine circoscritto. Questa contraddizione la fece pensare a quello che le aveva detto, poche ore prima, quell’uomo dal camice bianco: “Signorina, il suo è un male incurabile, ma oggi grazie ai progressi della scienza, qualcuno riusciamo a salvarlo!”.
“Ma allora, se qualcuno si salva, perché continuare a chiamarlo incurabile?
Dovrebbero chiamarlo difficilmente curabile, oppure molto probabilmente mortale. Ma se in quella porta ci fosse anche solo un piccolo spiraglio, perché chiuderla prima del tramonto. Lasciamo aperto lo spiraglio per accogliere anche gli ultimi raggi di sole.”
La sua speranza si era rifugiata tutta in questa sottile contraddizione e decise che avrebbe lottato perché quello spiraglio diventasse breccia, poi varco, finché la porta non si fosse spalancata. Avrebbe lottato fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo capello. Sopportando il dolore con dignità, come solo le donne sanno fare.
Si alzò. Fece qualche passò e poi si voltò indietro. Le onde coprivano le sue impronte, ma quando si ritraevano, come per magia, le orme rimanevano lì, chiare, definite, come se fossero scolpite nella pietra.
O almeno così mi sembrò.
Per la prima volta da quando era arrivata si accorse veramente di me. Aveva lo sguardo fiero, che brillava di una luce al di fuori dal tempo e dallo spazio quando i nostri occhi si incrociarono.
E davanti a quello sguardo io mi fermai.
Vi giuro che io mi fermai.
Per la prima volta nella mia vita, per qualche infinito eterno istante, io mi fermai.
“Io vivrò” mi disse. “Vivrò più di te!”.
Le sorrisi, ma non se ne accorse. Le luci dell’aurora stavano già rischiarando il cielo, ad est.Io ripresi il mio eterno girovagare intorno al mondo, in questo compito assegnatomi dal destino. Un’altra notte mi stava aspettando. E Colui che mi ha acceso, tanto tempo fa, mi avrà già perdonata se per una volta, per un solo momento, ho infranto le arcane geometrie celesti.

Pierluigi Rossi
Input: Man ray - disordine circoscritto / sfogo interrotto / onde del mare sulla spiaggia

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