“Non può andare avanti così le cose devono per forza prendere una direzione...non ho più voglia…sono stanco”disse tra sé e sé Francesco mentre correva veloce con la sua bicicletta ormai consumata dal tempo. Correva veloce lungo il viale alberato che costeggia il fiume. Veloce nei suoi pensieri in fuga dal suo presente. In prossimità dello spazio verde al di la della strada principale diminuì la sua corsa fino a che non si fermò. Era troppo ansioso per ricordarsi che sarebbe stato meglio legare la bici ad un qualsiasi palo al delimitare dello spazio, ma ormai la sua mente correva troppo veloce. Arrivò giusto alla grande magnolia, posò la zaino e vi prese la sua contact : la sua palla. “Per lo meno mi sei rimasta te” e così dicendo la prese tra le sue mani e cominciò ad esercitarsi nei suoi movimenti fantastici. La piccola ma pesante palla roteava tra le sue mani formando forme e spazi, racchiudendo i suoi segreti messaggi in movimenti esperti e rappresentativi. Lui e la sua palla, inseparabili compagni di viaggio in un mondo pieno di odio. Glielo leggevi in faccia, quella faccia pallida con occhiaie costanti che racchiudevano notti insonni nella paura piuttosto che bisbocce amichevoli. La paura, era quella che vedevi negli occhi di Francesco, una paura profonda che veniva mimata dalla sua gestualità espressiva. Quel giorno però Francesco non riusciva a concentrarsi ed era ormai un paio di volte che la palla gli cadeva per terra nel bel mezzo di un salto verso l’alto. “Sono stanco, non riesco neanche ad allentare la tensione. Ma come si fa a rilassarsi in questa situazione. Ho bisogno di un letto per dormire.” Si sedette sotto il suo albero e perso nei suoi pensieri si addormentò esausto rannicchiato sul suo zaino. Francesco era stanco; aveva bisogno di potersi sentire al sicuro almeno per qualche momento; senza sentirsi in pericolo casomai si fosse addormentato. Cullato da quel pomeriggio caldo riapri gli occhi per sentirsi vivo.”Bè…magari potrei fare un giretto verso piazza giusto per vedere se rimedio una canna così magari spengo questa ansia”. Si alzò, alzò le braccia verso l’alto per stiracchiare i muscoli indolenziti e mettendosi nuovamente lo zaino in spalla si incamminò verso la bici che fortunatamente era sempre al suo posto; anche perché solo uno sventurato avrebbe mai pensato di rubare una bici così malmessa. Tornò da dove era venuto, ripercorse il viale alberato in senso opposto cercando di impegnare la sua mente nelle pedalate piuttosto che su quello da cui stava pedalando contro. “Magari se riesco a tornare veramente tardi cela posso fare” Pensava. Arrivò in piazza dove già molta gente stava facendo aperitivo. Anche se avesse voluto Francesco non si sarebbe potuto permettere di spendere neanche 2 euro per una birra al piccolo negozio di caffè retrostante la piazza principale. Si guardò intorno giusto per vedere se riconosceva qualcuna delle solite facce. “Ah, c’è Annina con Milo” . “Ciao” disse Francesco ad Anna che stava bevendo la sua birra media con Milo seduto come al solito ai suoi piedi come se dovesse sorvegliare la sua padrona costantemente.
“Ciao Fra! Allora che giri? Com’è?”
“Sono uscito subito dopo pranzo…sai non avevo molta voglia di rimanere in casa e così mi sono fatto un pisolino sotto la magnolia ”
“Non è migliorata granché la situazione, vero?”
“In effetti no . Senti ma due canne si riesce a rimediarle?” chiese Francesco che non aveva troppa voglia di entrare nei dettagli delle sue ultime fughe da casa. “Io qualcosa c’ho. Tieni.”.”Grazie Anna, finalmente una cosa buona in questa giornata di merda !”. Prese il tutto e salutando Anna se ne andò. Non era sicuro di voler ritornare a casa subito così si fermò su una panchina e si rollò una canna. “ Ok , Francesco deve rimanere calmo. E’ inutile che tu ti agitati già da ora. Non puoi nuovamente dormire per strada…devi tornare a casa” E cercando di convincersi a non aver paura aspirava pienamente quel fumo che lo rilassava e lo assentava da se stesso. Ormai nel suo mondo di Alice, Francesco prese nuovamente la sua pallina in mano e cercò di muoversi al suono della sua musica interna. Soavi movimenti prendevano forma dal quel connubio di corpo e palla. Proprio in quel momento una figura indistinta si stava avvicinando nella notte e quando fu più vicina a lui prese vita dicendo:” France !” Francesco tornò al mondo improvvisamente e la sua palla cadde tra i cespugli dietro la panchina.
“ Chiarina!Mi hai spaventato!”.
“Scusa! Che stavi facendo?Sempre quella tua palla!”
“Niente, stavo solo aspettando prima di rientrare a casa. Hai mica un accendino che il mio è scarico? Sai devo ritrovare la palla che mi hai fatto perdere nel cespuglio!” Chiara gli porse il suo accendino e Francesco illuminò dietro di sé alla ricerca della sua palla. Frugando tra l’erba con la minima luce dell’accendino riuscì a vederla ma riuscì anche a scorgere un pietra da una forma strana che le stava accanto.”Eccola…e questo cos’è?”
“Ehi chiara guarda un po’ che cosa ho trovato?”
“Che cos’è? Sembra ci sia una conchiglia disegnata sopra!”
Francesco osservò quella pietra da vicino, la girava e la toccava con quelle sue mani livide e sporche. “ Che cosa ci fa qui una conchiglia fossile?!”
“Che carino!Hai intenzione di tenertelo?”
“Penso che la aggiungerò alla mia collezione di sassi.” In effetti l’unica cosa che Francesco poteva ritenere veramente sua, oltre chiaramente alla sua palla, erano i suoi sassi, unica proprietà che riusciva a tenere a casa senza correre il rischio di vederla rotta contro una parete in uno dei costanti impeti di rabbia ai quali era costretto ad assistere. Prese il suo nuovo sasso e se lo mise nello zaino. Aspirò l’ultimo tiro della sua canna e volgendosi verso Chiara che si era seduta con le gambe strette al petto sulla panchina disse: “Mandiamo l’ultima canna e poi me ne vado a casa”
“Ok…la sigaretta ce l’ho io…non importa.” Francesco si sedette accanto alla sua vecchia amica di infanzia, quella amica che lo aveva sempre consolato nei momenti peggiori, quella amica che lo aveva ospitato a lungo quando le cose si facevano veramente brutte, quella amica che lo aveva sempre fatto sentire al sicuro.
“Sono stanco Chiara”.
“Lo so France ma purtroppo sei l’unico che può decidere che cosa è meglio fare in questa situazione. Come stanno le cose lo sai e sai anche che ormai è tardi per cambiare. Devi sbrigarti a decidere o ti perdi”. Francesco lo sapeva che avrebbe dovuto decidere e sapeva anche che cosa avrebbe dovuto fare per cercare di salvarsi il futuro ma aveva paura. Sospirò e non aggiunse altro.
L’ultima canna finì e Francesco dopo aver abbracciato stretta al petto la sua amica, salì in bici e se ne andò pedalando lentamente. Più si avvicinava a casa e più quell’inquietudine che gli viveva dentro cominciava a farsi sentire. Un paio di palazzi prima del suo si fermò, scese dalla bici e la legò alla ringhiera. Zaino in spalla e lenti passi. Tanto più l’ansia e la paura gli crescevano dentro tanto meno riusciva a pensare a parole incoraggianti.
“Eccoci arrivati” disse aprendo lo zaino per cercare le chiavi di casa. Frugando distrattamente si accorse della conchiglia fossile che aveva trovato. “Già. Ti aveva proprio dimenticato” E per un attimo sembrò quasi scordarsi di dove era. Prese in mano la conchiglia e le chiavi. Aprì il portone d’ingresso e si diresse verso la prima porta di quel fatiscente condominio stile anni ’50. Prima di inserire la chiave nella toppa posò l’orecchio sulla porta giusto per assicurarsi che tutto fosse calmo. “Ok…entro e vado immediatamente in camera”. Mise la chiave nella toppa della porta e facendo un respiro profondo girò la chiave.
Aprì lentamente la porta per evitare che cigolasse e la richiuse dietro di sé.
La televisione del salotto era accesa. Francesco si affacciò lentamente per vedere se il suo patrigno si era addormentato come al solito ubriaco sulla poltrona ma non c’era nessuno. Si diresse verso camera sua quando, passando davanti alla stanza di sua madre, sentì il russare frenetico di quel bastardo che gli stava rendendo la vita impossibile. “Figlio di puttana” pensò mentre si richiudeva alle spalle la porta di camera sua. Buttò lo zaino sul letto e posò la conchiglia sul comodino lasciandosi andare all’indietro sul letto. “ Devo andarmene” e si lasciò andare alla stanchezza senza neanche spogliarsi o mettersi sotto le coperte. Quando riaprì gli occhi il patrigno era seduto in mutande davanti a lui. “ E questo che cazzo è?” disse con in mano la conchiglia. Non fece neppure in tempo a rispondere che arrivò il primo colpo. “ La devi finire di portarti a casa queste stronzate”. Ormai era inutile fare qualsiasi cosa. Il secondo colpo arrivò dritto nello stomaco e quelli dopo dovunque. Francesco non pensava più a niente, il dolore gli aveva anestetizzato qualsiasi realtà e durante quei quindici minuti di delirio viveva solo nella sua.
“ Non sai neanche difenderti!Mi fai schifo!” e gli sputò dritto in faccia prima di andarsene sbattendo così forte la porta da farla rimanere aperta. Francesco rimase immobile come era nel suo letto. Si asciugò il viso e sapendo che il peggio era passato si alzò e chiuse a chiave la porta della sua camera. “ Adesso basta, basta, lo stronzo se ne va” tirò su il naso sanguinante e racimolò le poche cose che aveva mettendole nello zaino. Si guardò intorno per vedere di non dimenticarsi niente e qualcosa vide sotto il letto che aveva dimenticato.
“E questa viene via con me!” prese la conchiglia e se la mise in tasca. Aprì la finestra e saltò giù. Fortunatamente stava al primo piano.
La lieve brezza notturna gli anestetizzava i colpi e ancor più gli accarezzava la faccia andando in bici. Si sentiva libero. Libero perché aveva deciso, libero perché non aveva più paura. Libero perché poteva scegliere il suo futuro. Pedalava Francesco, pedalava verso casa di Chiara, pedalava pensando che finalmente avrebbe potuto dormire quel sonno da tanto aspettava.
Caterina Di Prete
Input: Personaggio e conchiglia fossile
giovedì 22 marzo 2007
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