“Accidenti, sono quasi le nove!” pensò Sara mentre a fatica si faceva largo tra la folla. Le sembrava di essere l’unica ad andare in quella direzione, mentre un muro umano le si faceva incontro come ad impedirle di raggiungere la sua meta. “Ma perché passano tutti da questa strada”. Stava andando ad un colloquio di lavoro e il ritardo non era certo un buon biglietto da visita.Era nervosa come non le succedeva da molto tempo. Ci teneva proprio a questo lavoro, voleva fare bella figura, voleva dare il meglio di se stessa. Per questo aveva scelto con cura un taieur pantaloni blu dalla linea semplice ed elegante, un paio di sandali argentati, i capelli raccolti morbidamente sulla nuca.Stava bene e lo sapeva, ma sapeva anche che, al di là della piacevole impressione che avrebbe provocato per la gradevolezza del suo aspetto, era il suo valore professionale che doveva prevalere.“Direttore Marketing alla Smith & Son’s? Ma è un’azienda di prodotti maschili!”, le aveva detto John quando gli aveva comunicato la sua intenzione di rispondere all’annuncio sul New York Post.“Lo so, e allora? Perché non mi dovrebbero prendere? Le capacità non mi mancano e la grinta nemmeno”.“Su questo non ho dubbi. E’ che credo che siano interessati a qualcuno che possa immedesimarsi nel cliente, e non credo che tu abbia mai usato un rasoio elettrico!”.Scacciò questi pensieri dalla sua mente per paura che la potessero condizionare negativamente. Finalmente era arrivata al 223 di Canal Street. Entrò trafelata nella hall e dette un’occhiata alle targhe esposte per sapere a quale piano doveva salire. Le venne incontro il portiere: “Sta cercando una ditta in particolare, signora?”.“Sì, la Smith & Son’s.“47° piano”.“Grazie”.“Ci sarebbe un piccolo problema. L’ascensore principale non è agibile in questo momento, dovrebbe prendere quello di servizio.E’ in fondo al corridoio a destra, c’è già un’altra persona che lo sta aspettando. Venga, l’accompagno.”.Un uomo sulla cinquantina era davanti all’ascensore di servizio. Una volta arrivati il portiere tornò verso l’ingresso.Un suono annunciò l’apertura delle porte. L’uomo la lasciò entrare per prima, poi la seguì.Lo spazio era limitato, e nonostante si fossero posizionati alle due estremità opposte, Sara percepiva chiaramente il suo respiro.“Che piano?”.“47°”.“Io scendo al 39°”. Schiacciò i due pulsanti in sequenza e le porte si chiusero. “Per essere un ascensore di servizio di un grattacielo di 70 piani, è davvero piccolo”, pensò Sara stringendo nervosamente a sé la 24ore.Un display segnalava la lenta salita dell’ascensore attraverso i numeri dei piani che si avvicendavano l’uno all’altro in progressione. Sara cominciò a fissare quei numeri rossi, non pensava più al colloquio che stava per affrontare, la sua mente era totalmente presa da quei numeri che sembravano cambiare con una lentezza snervante. Una sensazione strana, molto simile all’ansia, si stava facendo varco dentro di lei ad una velocità che era inversamente proporzionale a quella con cui i numeri cambiavano. I battiti del suo cuore cominciarono a farsi sempre più frequenti, una gocciolina di sudore prese a scendere lentamente dalla tempia destra, il respiro divenne affannoso e iniziò a mancarle l’aria. Il suo sguardo passava nervosamente dal display al soffitto nero del piccolo vano che si era trovata a dividere con un uomo sconosciuto. Le nocche delle sue mani erano diventate bianche mentre stringevano con sempre più forza l’inerme valigetta..28, 29, 30, 31… “Dio, ma quanto ci mette?”, il suo sguardo era ancora fisso sul display.“Va tutto bene, signora? Tutto a un tratto è diventata pallida!”.“Tutto bene, grazie. Sono solo un po’ nervosa”, stava finendo di parlare quando un suono annunciò l’arrivo al 39° piano e le porte si aprirono. Lo sconosciuto la guardò, incerto se uscire o rimanere.“Se vuole le faccio compagnia fino al 47° e poi ridiscendo”.“No, no, non si preoccupi, sono solo otto piani, arriverò in un baleno”.“D’accordo…” disse l’uomo esitante “…allora… arrivederci”.“Arrivederci e… grazie!”L’uomo uscì, le porte si richiusero. Tornò il buio, la luce al neon incassata sopra la porta era ancora più inquietante di tutto il resto. “Solo otto piani!” pensò, “ci vorrà un’eternità”. Non avrebbe mai ammesso di avere paura, tanto meno di aver bisogno di aiuto.41, 42, 43… Un rumore acuto accompagnava la salita. “E se si spezzasse un cavo? Oddio, no, non ci devo pensare, non ci devo pensare, fra poco queste porte si apriranno e uscirò da quest’inferno”. Il cuore le pulsava nelle tempie, si portò una mano sulla fronte e si accorse di averla completamente bagnata. La camicetta le si stava incollando addosso, “mi manca l’aria, mi manca l’aria”. 47. Le porte si aprirono e una luce forte e diretta la investì. Chiuse gli occhi, non riusciva a riaprirli, l’impatto era stato forte e improvviso. Appoggiò la mano sinistra allo stipite e si resse con forza per non perdere l’equilibrio. Le gambe le tremavano, portò faticosamente il piede destro fuori dall’ascensore e riaprì lentamente gli occhi.Piano piano si stava riabituando alla luce, piano piano il cuore stava riprendendo il suo battito regolare, il respiro tornava ad essere quello di sempre.L’ansia e il senso di chiusura che l’avevano dominata fino a qualche secondo prima, lasciarono il posto ad una smisurata sensazione di benessere. La vetrata di fronte a lei le stava regalando una delle più belle viste di New York. La giornata era splendida, il sole vivo, l’aria limpida, i colori nitidi, il mare calmo, le poche nuvole presenti sembravano piccoli sbuffi di cotone bianco, un bianco inebriante.Respirò a fondo come se con quel semplice atto si impossessasse di ciò che stava vedendo. Non esisteva più l’ascensore, non esistevano più quegli ossessionanti numeri rossi, non esisteva più lo sconosciuto che aveva condiviso con lei parte di quel viaggio, non esisteva più il colloquio per un posto prestigioso.Il suo sguardo si perse all’orizzonte, era come se il tempo si fosse fermato, da qualunque parte si voltasse si sentiva avvolta dall’immenso, era come se qualcuno l’avesse ipnotizzata.Esistevano solo lei e quel panorama, lei e la natura, lei e il mare, lei e il cielo, lei e il sole.“Mi scusi, si sente bene?”.Si girò di scatto. L’incantesimo svanì, in un attimo riprese coscienza del proprio corpo, della propria mente, del luogo dove si trovava e del perché vi si trovava. Per un momento si era fusa panicamente con la natura, perdendo totalmente il senso della realtà. Ora era sicura che il suo colloquio sarebbe andato bene, una calma interiore si era impossessata di lei e niente e nessuno avrebbe potuto cambiare questo stato di cose.Guardò negli occhi la ragazza e sorridendo le rispose: “Sì, grazie. Va tutto bene. Mi può indicare, gentilmente, l’ufficio del sig. Smith?”.
Cristiana Belcari
mercoledì 7 marzo 2007
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