mercoledì 7 marzo 2007

Casa dolce casa

La notte era molto calda, e non poteva essere altrimenti visto che eravamo in pieno Luglio. Una berlina grigia avanzava lentamente sulla statale e, a guardarla bene, non sembrava che andasse esattamente dritta. All’interno due uomini, apparentemente distinti,
anche se uno dei due aveva un vestito chiaro, di lino, sicuramente comprato al mercato. Aveva tolto l’etichetta “Made in China”, sostituendola con un’altra con su scritto “Armani”, presa da un vestito vecchio.
I due parlavano con la voce impastata, tentando di imbastire una parvenza di discorso mentre l’auto oscillava visibilmente tra la corsia di sinistra e il fosso, sulla destra.

“E’ stato proprio un affare comprare questa casa. Era proprio quello di cui avevo bisogno dopo la .......attento all’albero!”

“Ma era un cartello, ...mi sembra!”

“?? ....è vero!!”. E giù risate.

“Dicevo che ne avevo proprio bisogno, dopo la separazione. Una casetta tra gli ulivi del Monte Pisano, un po’ di tranquillità.”

“E della villa in Versilia che ne sarà?”

“Beh, intanto ci abita mia moglie, anzi, ex. Poi ne riprenderò possesso; questione di poche pratiche burocratiche.”

Da come lo diceva si era quasi convinto anche per sé, il conte Euribio delle Vigne, nobile in caduta libera tanto che i conoscenti più stretti, a sua insaputa, lo chiamavano “Niagara”.
Amava raccontare che discendeva da Pier delle Vigne, ma non sapeva neppure che il celebre letterato non era un nobile.
Aveva ereditato una fortuna immensa e, non si sa come, un titolo di conte, da suo padre.
Cresciuto con caviale e champagne al posto dei plasmon, aveva sperperato la fortuna immensa nel corteggiare donne e cavalli. Le donne si facevano regalare doni costosissimi che poi andavano a godersi con qualcun altro; i cavalli invece non chiedevano niente, per questo scommetteva volentieri cifre astronomiche che regolarmente perdeva: “Con i cavalli non mi sento tradito, loro non chiedono niente e almeno dieci minuti di speranza te li danno.”
Naturalmente la speranza finiva sempre sulla linea d’arrivo.
La berlina continuava a barcamenarsi tra la mezzeria e il ciglio, poi, per grazia ricevuta, riuscì a fermarsi senza inconvenienti.

- Allora ti lascio qui?

- Si, farò l’ultimo tratto a piedi.

Si salutarono. Il conte Euribio scese e con passo abbondantemente incerto si avviò per la strada lastricata che si inoltrava, in leggera salita, tra gli ulivi.

Era così stretta che due auto avrebbero faticato a passarci, ma sembra che nell’antichità fosse una via di grande comunicazione.
Le pietre erano segnate dal passaggio dei numerosi carri che per chissà quanti anni l’avevano percorsa, arrivando a formare quasi due rotaie. Ai lati della strada i muri a secco formavano degli spettacolari terrazzamenti che si stagliavano verso l’alto, così precisi e ordinati che sembrava di vedere una piramide maya, ma con gli ulivi sopra. La luna piena proiettava le ombre delle piante per terra formando intrecci astratti da film thriller, come tante braccia protese verso l’ignaro passante.
Il passo incostante dell’uomo si fondeva perfettamente con le irregolarità dei rami.
Era la sua prima notte nella nuova casa. L’aveva fatta arredare mentre era ancora fuori per affari e stasera l’avrebbe vista per la prima volta. Aveva appena avuto le chiavi dall’amico che lo aveva accompagnato.
Dalla strada lastricata si diramavano delle strade ancora più strette che portavano a sentieri sul monte oppure a quei due o tre casolari simili al suo.
La zona era praticamente deserta, e questo lo preoccupava non poco perché dovevano ancora installargli il sistema d’allarme: “Maledetti albanesi! Poi in questo posto bisognerà guardarsi anche dai vagabondi oltre che dai ladri....”.
Meno male che con quella luna piena si poteva vedere bene.
La testa, anelava indipendenza, andando sempre più per conto suo: “Non dovevo mescolare. Sarà stato tutto quel vino dopo gli aperitivi, oppure il ponce prima dello spumante, o magari la grappa dopo lo spumante?”
Già, gli spiccioli che gli avanzavano da donne e cavalli li dedicava all’alcol.
Si infilò una mano in tasca per prendere le chiavi del cancello proprio nel momento in cui le nubi coprirono la luna facendo calare un velo nero sulla terra.
In una strada di campagna, al buio e mezzo ubriaco.
.....no, pensò, non sono mezzo ubriaco; di più! Rise fra sé e sé, ma senza divertirsi.
Accese una piccola pila che fungeva da portachiavi e cercò di illuminare quel che poteva. Il sentiero che portava al cancello di casa non doveva essere lontano.
Sentì un rumore alle spalle, si voltò e vide due lucine, come la sua. La situazione era inquietante, ma lui era famoso (così diceva) per il suo sangue freddo.
“Buonasera, al buio anche voi?”
L’unica risposta che ebbe fu un digrignare di denti e uno scalpitare di zampe sul lastricato.
Capì che le lucine erano due occhi e si lanciò in un’improbabile corsa tentando di seminare il gigantesco cane che lo inseguiva. Barcollò un paio di volte quando mise i piedi nelle rotaie dei carri, poi, nel buio quasi completo, girò a sinistra .........ma non c’erano curve. Picchiò violentemente contro uno dei muri a secco e crollò al suolo attendendo sfiduciato il suo destino. Il cane gli fu addosso in un attimo e dopo avergli poggiato le zampe sulla schiena, iniziò a leccargli un’orecchio!
La belva, vista da vicino, era di taglia media, un meticcio. Dopo un paio di ulteriori leccate guardò quell’essere goffamente sdraiato che si stava accorgendo solo ora di essere disteso in una pozza d’acqua, fece un paio di guaiti di compassione, ed emozionato per la nuova conoscenza, gli pisciò addosso. Poi se ne andò di traverso.
L’uomo si rialzò fradicio di piscio di cane e di acqua di pozzanghera. Riacquistò il suo proverbiale sangue freddo e fece un rapido esame della situazione: al buio, in una strada di campagna, mezzo ubriaco, fradicio, puzzolente e incazzatissimo. Poteva andare peggio? Si, nel fuggire gli erano cadute le chiavi di casa!
“Calma, cerchiamo di vedere i lati positivi. Se è così difficile raggiungere quella casa va benissimo, perché vuol dire che anche gli albanesi se ne staranno alla larga .....maledetti albanesi”.
La luna si era rifugiata definitivamente dietro le nuvole, quindi si inginocchiò per cercare le chiavi, tentoni. Desisté dall’intento quando, mettendo una mano su qualcosa di moscio, capì che quel tratto era stato adibito a toilette dal cane.
Si pulì alla meglio con dell’erba, ma sarebbe stato meglio non l’avesse fatto: era ortica!
Si rialzò sgomento, sembrava uscito da un cassonetto della spazzatura. Ma come nei migliori film della serie “arrivano i nostri”, la luna fece capolino per un attimo e questo gli bastò per vedere il paradiso: davanti, dall’altra parte della strada, il sentiero con il cancello di casa.
Era sfinito. Sentiva l’alcol che avanzava lento e inesorabile provocandogli confusione e sonnolenza, ma il pensiero che tra poco tutto sarebbe finito lo riempì di energia, e ne aveva bisogno perché doveva scavalcare il cancello. Lo fece senza molta fatica, dato che era basso e questo lo preoccupò: “Maledetti albanesi”.
La casa era ancora nascosta dagli alberi, ma sarebbero bastati pochi metri per veder.....
“Maledetti albanesi!”
La luce era accesa! Qualcuno era stato in casa. Si stava avvicinando con prudenza quando vide un’ombra, dietro le tende, attraversare la stanza: “Sono ancora dentro”.
Si nascose tra la vegetazione e tirò fuori il cellulare per chiamare la polizia, ma l’acqua della pozzanghera lo aveva reso inutilizzabile.
Euribio aveva perso anche la forza di pensare ad una soluzione. Fece due passi indietro per appoggiarsi ad un ulivo e si sentì aggredire da una furia armata di coltello ......?....... molti coltelli?!?
Il gatto, che si era sentito calpestare la coda, gli saltò addosso con un furore da leone affondandogli più volte gli artigli nella carne. Più che un semplice gatto sembrava un gatto a nove code. Il completino pseudoArmani sembrava un indumento reduce da Woodstock.
Il conte invece sembrava reduce da Caporetto. Attese inerme la fine del conflitto unilaterale, poi si accasciò al suolo. Prese un paio di cartoni che erano lì accanto con i quali si coprì alla meglio e vinto dalla fatica, dalla disperazione e dall’alcol, si addormentò.


“Eccolo qui, lo abbiamo trovato stamani e vi abbiamo chiamato subito. Maledetti albanesi”.

“Grazie signora, adesso ci pensiamo noi. Avanti alzati”.

Le voci arrivavano confuse. Con le palpebre ancora chiuse sentiva il mondo girargli intorno. A fatica riuscì ad aprire gli occhi accecati dal sole ormai alto, ma lo fece abbastanza da distinguere due divise della polizia. Distinse anche qualcosa di peloso accoccolato sulle sue gambe.

“Ma guardi il nostro gatto, aggredisce tutti gli estranei e con questo ha fatto amicizia”.

“Avanti pezzente, alzati e vieni con noi, capisci la mia lingua?”. Ripeté l’agente.

Euribio si riprese per un momento: “Ma questa è casa mia!”

“Si, scommetto che sei anche un conte” replicò l’agente ridendo, mentre con il suo collega lo prendeva per le braccia e lo tirava su.

“Andiamo, adesso ci pensiamo noi a trattarti da nobile”.

Mentre lo portavano via Euribio si guardò intorno. C’era il cane meticcio, il gatto killer, una signora distinta con un marito distinto nelle loro vestaglie di raso, naturalmente distinte.
Era confuso, poi guardò il viale, le porte, le finestre, il giardino, il terrazzo........aveva sbagliato casa.

Pierluigi Rossi
Input: man ray verde - strada lastricata / muri a secco / graffi di felino

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